La nascita di un mito

Il 15 agosto 1769 nasceva ad Ajaccio in Corsica uno dei grandi miti della storia umana: Napoleone Bonaparte.

Tra le sue innumerevoli doti, Napoleone fu anche un grande scrittore (oltre che vorace lettore).

Gli “Aforismi, massime e pensieri di Napoleone” vennero pubblicati, a cura del conte Augusto di Liancourt, nella seconda metà del secolo XIX°, estratti dalle numerose opere scritte dal Grande Corso.

Si tratta di pensieri incisivi, brevi, immediati che mettono bene in evidenza l’entusiasmo, la volontà, il carattere, l’ambizione per il potere di Napoleone.

Lo vogliamo ricordare con uno dei suoi pensieri più noti e tramandati ai posteri:

“I grandi fatti non sono opera del caso e della fortuna: dipendono dall’organizzazione e da una mente geniale. È difficile veder fallire i grandi uomini nelle imprese più pericolose. Alessandro, Cesare, Annibale, il grande Gustavo riuscirono sempre. Divennero uomini tanto grandi per la fortuna? No, solo perchè erano grandi uomini si sono meritati la fortuna.”

(Napoleone, Aforismi, massime e pensieri, Newton Compton editori, Roma 1993 pag. 92)

Napoleone e l’Italia

“Spero che il bene inestimabile della libertà saprà dare a questo popolo una nuova energia, e lo metterà in grado di aiutare potentemente la repubblica francese nelle guerre future che potrebbe avere.” (lettera dell’8 maggio 1797 di Napoleone al Direttorio dall’Italia)

Lo storico Albert Sorel (1842 – 1906) ha giustamente scritto che l’Italia sta a Napoleone come la Gallia a Cesare: l’inizio dell’irrefrenabile ascesa politica e storica dell’ufficiale corso.

Con la campagna d’Italia, coerente con l’idea del Direttorio di circondare la Francia di “Repubbliche sorelle”, Napoleone in realtà intravide la grande occasione, come poi in effetti sarà, per mettersi in mostra non solo come capo militare ma anche, e soprattutto, come politico e amministratore.

E all’Italia Napoleone, di lontana discendenza italiana, darà una dignità seconda solo a quella francese: incoronato a Milano con la “corona di ferro” Re d’Italia (26 maggio 1805) dopo l’incoronazione a Imperatore dei francesi, volle fortissimamente che il figlio Napoleone Francesco (1811 -1832), erede al trono imperiale, assumesse il titolo di Re di Roma.

Una curiosità: Napoleone soggiornò più volte a Milano mentre non mise mai piede a Roma dove, in previsione di una sua visita, venne appositamente ristrutturato e abbellito il Palazzo del Quirinale al cui interno, ancora oggi, possono essere ammirate le meravigliose modifiche apportate in epoca napoleonica.

Un legame, quello tra Napoleone e l’Italia, che cambierà il corso della storia italiana.

L’immortal cantico

Il 5 maggio 1821 in esilio sull’ isola di Sant’Elena nell’ oceano Atlantico, moriva uno dei più grandi (e discussi) geni militari dell’umanità: Napoleone.

Alessandro Manzoni (1785 -1873) scrisse per l’occasione un’ode che, giustamente, è una delle poesie più celebri della letteratura italiana.

In essa, il Manzoni (che, si narra, la scrisse di getto in tre giorni) esalta la figura e le imprese di Napoleone nonchè la fragilità esistenziale e la misericordia divina.

Ne riporto le prime rime che non hanno eguali per forza e bellezza.

“Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.”

E il cantico, dopo 196 anni anni dalla sua composizione, ancora risuona nell’immensità della storia.

Ei fu

Il più grande genio militare della storia è stato finora senz’altro Napoleone Bonaparte (1769-1821), Imperatore dei francesi e fondatore della Grande Armée.

Marengo, Austerlitz, Wagram, Borodino e Waterloo sono le grandi battaglie della storia militare legate al suo nome e alla sua opera fondata sull’intuizione, l’inventiva, il carisma e la capacità organizzativa.

Come è stato possibile? la risposta è nell’innovazione che Napoleone ha portato sui campi di battaglia. Geniale e visionario, Napoleone ha fatto progredire l’arte militare, servendosi dell’insieme dei mezzi tecnici e spirituali che gli venivano offerti dall’illuminismo e la rivoluzione francese.

Napoleone porterà la strategia, la tattica, l’organica e la logistica (le componenti della scienza militare moderna) ad un punto di sviluppo mai raggiunto prima e che influenzerà il pensiero strategico nei decenni a seguire, almeno fino alla seconda guerra mondiale.

Il peggior nemico di Napoleone fu lui stesso: la sua smisurata ambizione politica lo porterà alla disfatta. Ciononostante resta per gli storici militari (e non solo) il punto di partenza di un’era che irradia i propri effetti (nel bene come nel male) fino ai giorni nostri.

L’ufficiale della tazzina

In visita al meraviglioso Museo delle porcellane, che si trova nella “Palazzina del cavaliere” del Giardino di Boboli a Firenze, sono stato colpito, oltre che da uno splendido dipinto su porcellana di Sèvres di un ritratto di Napoleone (del pittore Francois Gérard), da una tazzina da caffé che ritrae un uomo in uniforme da ufficiale tedesco del primo ottocento.

Proveniente dalla celeberrima fabbrica di porcellane di Meissen in Sassonia, il ritratto dell’ufficiale in uniforme (forse un sovrano o principe tedesco) colpisce per la perfetta fattura e le precisioni uniformologiche.

Anzitutto la giubba color “blu di Prussia” con il colletto arancio e gli alamari, segno distintivo degli ufficiali di stato maggiore prussiani; e poi gli ordini cavallereschi, finemente tratteggiati, posti sul petto.

Nonostante la gentile e fattiva disponibilità del personale del Museo, non è riuscito, a chi scrive, la scoperta del misterioso personaggio: è bello pensare che rappresenti tutti gli ufficiali di stato maggiore prussiani dell’epoca, compreso il grande Scharnhorst!

L’esercito bavarese

L’esercito bavarese nacque il 12 ottobre 1682 per volere del Principe Elettore (così chiamato per avere il privilegio di poter eleggere o essere eletto Imperatore del Sacro Romano Impero) Massimiliano II° Emanuele. Era inizialmente composto da  7 reggimenti di fanteria, 4 di corazzieri, 2 di dragoni e un gruppo di artiglieria.

Componente del “Reichsarmee”, l’esercito del Sacro Romano Impero, prese parte a tutte le battaglie di quest’ultimo fino al 1806, anno di dissoluzione del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone e di nascita del Regno di Baviera, inizialmente (fino al 1813) filonapoleonico.

Riformato e strutturato secondo il modello francese, l’esercito bavarese combatté a fianco di quello napoleonico ed ebbe la sua epopea durante la campagna di Russia del 1812 dove il numeroso contingente bavarese (circa 30.000 soldati) venne sostanzialmente annientato.

Dal 1815 al 1870, l’esercito della Baviera restó il baluardo della sovranità nazionale contro l’espansionismo prussiano: non partecipó alla guerra contro la Danimarca nel 1864, venne sconfitto nella guerra della Prussia contro l’Austria (era alleato di quest’ultima) del 1866 e infine prese parte alla vittoriosa guerra franco – prussiana del 1870, al termine della quale venne proclamato l’Impero tedesco in cui il Regno di Baviera manteneva una certa autonomia.

Con la nascita dell’esercito imperiale tedesco, formato dagli eserciti di Prussia, Baviera, Sassonia e Wuerttemberg, posto sotto il comando dell’Imperatore in caso di guerra, l’esercito bavarese mantenne una spiccata autonomia pur dovendosi ovviamente adattare alle direttive provenienti dal “Grosse Generalstab” (Grande Stato Maggiore) di Berlino.

Allo scoppio della Grande Guerra, l’esercito bavarese formó un’armata (la 6^) che, agli ordini del Principe Ereditario Rupprecht, prese parte alla campagna in occidente, prima nel sud e poi nel nord del fronte francese.

Nel novembre 1918, con l’abdicazione dell’ultimo Re di Baviera Luigi III°, ebbe sostanzialmente fine anche la storia dell’esercito bavarese, la cui memoria è oggi curata dal Bayerisches Armeemuseum (museo dell’esercito bavarese) di Ingolstadt.

L’uomo nuovo

L’epopea napoleonica, che forgiò la storia d’Europa per quasi vent’anni, ai miei occhi risulta particolarmente interessante per le Istituzioni militari che produsse, in primis la celeberrima Grande Armée.

Della Grande Armée spero di occuparmi più dettagliatamente nel tempo a venire, ma volendo oggi scegliere una figura che ne incarna al meglio la grandezza e l’importanza, credo che Joachim (Gioacchino) Murat (1767 – 1815)  sia l’esempio migliore.

Strettamente legato a Napoleone (ne sposerà anche l’ambiziosa sorella minore Carolina), Murat fu un distinto e coraggioso ufficiale di cavalleria, che partito da un remoto villaggio della Francia rurale (Labastide – Fortuniere, poi cambiato in Labastide – Murat in suo onore) diventerà Maresciallo dell’Impero ed infine Re di Napoli, realizzando cosi in pieno gli ideali della rivoluzione francese (e della propaganda napoleonica)  dell’Homme nouveau, dell’uomo nuovo, solo artefice del proprio destino.

La figura di Murat induce poi ad una ulteriore riflessione, attinenti a temi trattati su questo Blog: il ruolo innaturale, fatte rare eccezioni, dei militari in politica. Murat raccoglierà delle grandiose vittorie sui numerosi campi di battaglia ma non altrettanti successi conseguirà in politica, nonostante indiscutibili impegno e valore. Militare rigoroso e vigoroso, Murat mancò di quello spirito di analisi globale necessario nella politica. Sinceramente spinto verso il bene comune dei suoi sudditi (ancora oggi Murat viene considerato unanimamente un Sovrano progressista e intraprendente), non riuscì a cogliere fino in fondo l’occasione (e la sfida) di conservare lo scettro reale purché non mettesse in discussione la divisione dell’Italia (che lui avrebbe voluto unire sotto il Regno di Napoli) voluta dagli austriaci e inglesi. Murat finì per essere fucilato dai borbonici a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815, al termine di uno sfortunato tentativo di riconquistare il trono di Napoli, tornato ai Borboni in seguito al Congresso di Vienna.