Coscienza dell’io

Tra gli scritti di Raimondo Montecuccoli è sempre difficile sceglierne uno più significativo di altri, perchè tutti sono ricchi di tanti e attuali spunti: c’è veramente l’imbarazzo della scelta!

La sua teoria strategica e la pratica che aveva fatto della guerra, gli offrì infatti la possibilità di scrivere pagine memorabili, ancora oggi di assoluta validità.

Per oggi ne ho scelto uno (tratto dalla sua introduzione agli Aforismi dell’Arte bellica) per l’alto insegnamento morale che offre a chiunque abbia la fortuna di leggerlo. È una riflessione personale che attiene al valore del giudizio della propria coscienza:

/…/ conciossiachè la vera gloria è il testimonio della nostra coscienza! E che pro ch’altri ci lodi, quando ella ci accusa? O che nuoce che altri ci biasimi, se ella ci difende? /…/

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Sorprendente legame

Cosa lega il condottiere Raimondo Montecuccoli al poeta Rainer Maria Rilke (1875 – 1926)? La battaglia di Mogersdof/Raab del 1° agosto 1664.

Tale battaglia infatti fa da cornice ad un breve racconto epico scritto da Rilke nei suoi anni giovanili (probabilmente nel 1899) e pubblicato poi nel 1912: Il canto d’amore e morte dell’alfiere Christoph Rilke (Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke).

Il protagonista del poema, Christoph, un giovane alfiere dell’esercito imperiale (supposto antenato di Rilke stesso), muore con la bandiera in mano durante la decisiva battaglia condotta da Montecuccoli contro i turchi. Prima di morire però (Rilke scrive della morte: Eine lachende Wasserkunst- un divertente gioco d’acqua), conosce tutti i più nobili sentimenti, in primis l’amore (che scopre tra le braccia di una contessa la notte precedente alla morte in combattimento) ma anche l’amicizia dello straniero (nello scritto, il marchese francese).

Il racconto ebbe un enorme successo nel periodo antecedente la Grande Guerra e si narra che ogni soldato tedesco in partenza per il fronte avesse con sè una copia del Cornet (come è comunemente e sinteticamente conosciuto l’opera nella storia della letteratura tedesca).

Sicuramente questa rappresentazione dell’impegno in guerra fino alla ricerca della morte eroica è componente non trascurabile del concetto di vita del militare germanico del tempo, espressione di una società fortemente impregnata del militarismo guglielmino.

Memorabile trapasso

La lunga e avventurosa vita di Raimondo Montecuccoli ebbe fine oggi 338 anni fà (16 ottobre 1680) all’età di 71 anni.

Il grande condottiero morì a Linz al seguito della Corte imperiale fuggita da Vienna per scampare ad una epidemia.

La causa più probabile della sua morte fu una emorragia interna dovuta ad un’origine non accertata ma a cui l’età e la dura vita fin ad allora vissuta non potevano essere certo estranei.

Secondo tradizione, le sue viscere vennero inumate nella locale Chiesa conventuale dei Cappuccini (Kapuzinerkirche) mentre il corpo (compreso il cuore) venne sepolto nella Chiesa dei Nove Cori Angelici (Kirche am Hof) di Vienna.

Distrutta la tomba viennese a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, di lui resta la lapide sepolcrale nella Kapuzinerkirche di Linz dove oggi va, in un pellegrinaggio ideale, il nostro memore e commosso pensiero.

Sublime giudizio

Dal celeberrimo Sommario di storia militare del Generale Carlo Corsi (1826 – 1905), di fatto uno dei fondatori della storiografia militare italiana, riporto il seguente giudizio su Raimondo Montecuccoli la cui opera teorica nel campo strategico il Corsi non esita a paragonare a quella nel campo politico di Niccolò Machiavelli.

Qualche parola ancora intorno al nostro Montecuccoli che fu il più compito capitano di quei tempi. Alle belle qualità militari e morali del Turenna, cui egli rassomigliò molto per temperamento di ingegno e di carattere, s’aggiunse in lui un amore ardentissimo dell’arte guerresca, uno studio attento e profondo di tutti i singoli mezzi di guerra del nemico, un criterio politico, economico, filosofico sempre retto e sempre consapevole di sè stesso, una facilità somma nello esporre e sviluppare i concetti della sua mente, e anche le idee altrui, e quindi un’attitudine singolare alla teorica, in tutto ciò cui si volgesse il suo lucido spirito. Nei suoi scritti apparisce quale fu di fatto, cultore scrupoloso dell’ordine. Tra le qualità del buon capitano pone come sopreccellenti quelle che vengono dalla natura, che più valgono a soggiogare gli animi delle milizie ed agevolare il comando. Raccomanda le milizie stabili. Preferisce anch’egli la guerra offensiva alla difensiva, di cui mostra la maggior difficoltà. Accenna come ottime linee di operazioni i grandi fiumi, per la facilità dei trasporti. Manovrare a cavallo d’un fiume è buonissima condizione agli occhi suoi/…/ Spoglie di quella parte formale e caduca, le dottrine del Montecuccoli restano vere e sublimi in ogni tempo, come quelle del Machiavelli.

L’ammirato rivale: Turenne

Raimondo Montecuccoli ebbe un grande rivale sui campi di battaglia: Henri de La Tour d’Auvergne, Visconte di Turenne (1611 – 1675), Maresciallo di Francia di Luigi XIII e Luigi XIV.

Turenne fu, insieme al Gran Condė, il più grande condottiero di Francia del XVII secolo: vincitore nelle Fiandre, liberatore dell’Alsazia, sostegno militare della monarchia durante la crisi della Fronde.

Militare di temperamento, con chiare visioni strategiche e spiccate capacità tecniche, segnò i suoi tempi e influenzò quelli a venire attraverso i suoi tanti ammiratori, Napoleone e Clausewitz in primis.

Degnissimo avversario del Montecuccoli, venne da quest’ultimo affrontato nelle due Campagne del Reno del 1673 e 1675, offrendo alla storia militare mirabili esempi di guerra manovrata.

Proprio durante la seconda Campagna del Reno, il 27 luglio 1675, Turenne troverà la morte colpito da un colpo di cannone nemico durante una ricognizione finalizzate ad individuare il luogo migliore per dar battaglia alle forze avversarie di Montecuccoli.

Alla notizia della sua morte, il grande generale modenese ebbe a dire ” è morto oggi un uomo che faceva onore all’uomo”.

Il gentiluomo di compagnia

Raimondo Montecuccoli ebbe in Enea Silvio Caprara (1631 – 1701) un fido e dedito collaboratore. Accomunati da una lontana parentela, il bolognese Caprara scelse la vita delle armi grazie a Montecuccoli, così come quest’ultimo intraprese la carriera miltare al seguito del cugino Ernesto, generale imperiale.

Enea Silvio Caprara seguì il Montecuccoli praticamente ovunque fino alla morte del grande condottiere modenese, fungendo da gentiluomo di compagnia durante le missioni diplomatiche del Montecuccoli (in Svezia, Inghilterra e in Italia) o quale comandante subordinato nelle diverse campagne militari (Caprara fu presente nella Battaglia della Raab contro i turchi il 1° agosto 1664).

Alla morte di Raimondo Montecuccoli (16 ottobre 1680) il Caprara era ormai un generale affermato a cui l’Imperatore asburgico Leopoldo I affidò importanti compiti militari.

Caprara si distinse nell’assedio e liberazione di Vienna dai turchi nel 1683 e nelle campagne in Ungheria e nel Nord Italia al fianco del Principe Eugenio di Savoia (tra i due però non corse mai buon sangue).

Valoroso soldato dal difficile e altero carattere, Caprara fu uno dei più importanti generali italiani al servizio dell’Impero asburgico e confermò l’ottima e meritata fama che gli italiani avevano nel seicento come prestigiosi comandanti.

Contrariamente a Raimondo Montecuccoli, Enea Silvio Caprara alla sua morte tornò in Italia e riposa oggi nella chiesa di San Francesco a Bologna, sua città natale.

La nascita della Prussia

Nel 1657 Carlo X di Svezia (succeduto alla regina Cristina che aveva abdicato al trono e si era convertita al cattolicesimo) intraprese una campagna militare finalizzata a conquistare la Polonia e ad espandere l’influenza svedese nel Baltico. Già nel 1655, l’aggressivo re aveva attaccato vittoriosamente la Danimarca ed ora minacciava seriamente di sconvolgere lo Status Quo nell’Europa del Nord.

L’Imperatore Leopoldo I di Asburgo, alleatosi con Olanda e Inghilterra, decise d’intervenire per bloccare il pericoloso espansionismo svedese ed affidò il comando dell’esercito a Raimondo Montecuccoli, nel frattempo nominato Feldmaresciallo.

Il Montecuccoli intraprese una campagna che portò alla liberazione di Poznan e Cracovia. Grazie alle sue abili e riconosciute doti diplomatiche, Raimondo Montecuccoli convinse poi il Brandeburgo a sciogliere l’alleanza con gli svedesi e ad unirsi all’Impero contro l’antico alleato. Il Meklemburgo, l’Holstein e lo Jutland vennero così liberati dalle truppe imperiali e brandeburghesi comandati da Montecuccoli. La Danimarca venne liberata e la Svezia duramente sconfitta.

Con la pace di Oliva del 3 maggio del 1660 l’Impero rafforzò la propria sicurezza ed egemonia alle sue frontiere settentrionali e la Prussia (comprendente il Brandeburgo) venne riconosciuto come Ducato indipendente, nell’ambito del Sacro Romano Impero, sotto la sovranità della casa reale dei Hohenzollern che regnerà (la Prussia prima e la Germania dopo) fino al 1918.

Un altro importante e storico successo da ascrivere alle capacità militari e diplomatiche del grande condottiero modenese.