Fortezza della libertà

A Livorno vi sono due fortezze: la Vecchia, prospiciente il porto, e la Nuova, più all’interno della città.

Nella fortezza Nuova, voluta dal Granduca di Toscana Ferdinando dei Medici per difendere la città verso nord e costruita dagli architetti Vincenzo Buonanni e Bernardo Buontalenti dal 1590 al 1605, si trova una lapide con i nomi dei numerosi caduti livornesi (90 ma alcune fonti arrivano a 800 considerando i fucilati dalla repressione austriaca successiva alla resa) negli scontri con gli austriaci del 10 e 11 maggio 1849.

Dopo la sconfitta piemontese di Novara (23 marzo 1849), quando la Toscana tornò sotto il dominio austriaco rappresentato dagli Asburgo – Lorena, i patrioti livornesi senza capi, senz’armi, senza munizioni, senza speranza di soccorso, si opposero al ritorno delle truppe austriache, combattendo valorosamente per la libertà della città sulle mura delle fortezze, nei quartieri e sul litorale, finendo poi per soccombere per l’insostenibile rapporto di forza favorevole al nemico.

Possano le imponenti mura della fortezza Nuova continuare a conservare la memoria di tanto valore e trasmetterne il ricordo ai numerosi, livornesi e non, che visitano questo gioiello di architettura militare.

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L’amante della Repubblica

Nello Rosselli (1900 -1937) è stato uno storico, giornalista e antifascista ucciso in Francia, insieme al fratello Carlo, da esponenti dell’estrema destra francese.

Nei suoi studi storici, si occuppò a lungo della vita e dell’opera di Carlo Pisacane (1818- 1857), una delle figure più intrepide del nostro Risorgimento e fervente repubblicano.

A Carlo Pisacane, Nello Rosselli dedicò un bel libro (edito solo 40 anni dopo la sua morte) dalla cui introduzione ho tratto questi due significativi (nel loro richiamo all’attualità e limpido tratteggio del personaggio) passaggi:

“La personalità di Pisacane nella nostra storia politica è di quelle che disorientano per la loro
molteplicità. C’è da un verso il soldato colto e studioso che considera il risorgimento d’Italia quale un problema spiccatamente militare; c’è dall’altro lo scrittore che ne sottolinea le premesse e le inderogabili finalità di rivoluzione integrale. C’è il mazziniano puro di Sapri; il socialista e il nazionalista; l’aristocratico e il transfuga della sua classe sociale; l’uomo romantico e l’ammirator di
Cattaneo.
Io lo vedo in certo modo come uno specchio d’Italia nel suo tempo. In lui, per quanto non uomo di primissima linea nel Risorgimento, anzi proprio perché non lo fu né mai pretese d’esserlo, si riflettono infatti le varie esigenze, aspirazioni, impostazioni ideali del popolo italiano a mezzo il
secolo XIX. La sua vita inquieta le comprende e le esprime un po’ tutte; egli ha l’istinto immediato e sicuro della necessità di volta in volta prevalente, sa la falla che preme di chiudere, il silenzio che preme di rompere, il gesto che preme di fare.”/…/

“Guerriero e cospiratore, Pisacane ci ammonisce che il riscatto di un popolo dalla tirannia, dalla
servitú, dalla cronica fiacchezza politica, è anzitutto problema morale. Cospirazioni, sètte, rivolte, guerra, sta bene; ma hanno ad essere l’ultimo atto. Primo elemento della soluzione: indagare e chiarire perché mai questo popolo si lasciò rapire o rinnegò indipendenza e libertà. Secondo: crearsi e diffondere la coscienza della possibilità, e quindi della doverosità della risurrezione. Terzo: crearsi
e diffondere una visione chiara degli ostacoli da superare, delle resistenze da vincere, degli errori da
evitare, dei mezzi piú atti a sollecitare la risurrezione, e poi del senso da darle, e del come fondarla graniticamente.
Intorno a questi problemi appunto Pisacane studiò con ostinata passione, e chi legga i suoi libri
ha la sensazione d’un incessante frenetico inquieto perché? volto alla storia remota e recente d’Italia,
ai suoi geni, alle sue miserie, alle sue condizioni geografiche, economiche, ai suoi ordinamenti passati, ai costumi del suo popolo, all’Europa circostante. Perché cosí grande e libera l’Italia, e poi non piú che una inerte colonia di sfruttamento per le nazioni finitime? Perché cosí belligera e poi cosí imbelle e vigliacca? Perché tanta decadenza nei mezzi, nelle volontà, negli ingegni? Perché?
La risposta suona un inno di fede: l’Italia sta per rinascere a un alto destino; ma il problema del
come è gravissimo. Dar vita a una grande nazione è assunto da giganti; bisogna suscitare nei futuri
cittadini l’animo, il costume, la consapevolezza adatti ai compartecipi di tanta impresa. Studiare come viva lo Stato moderno, su quali forze si regga, quale ne sia l’ordinamento migliore, quali rapporti debbano correre tra la cittadinanza e il potere esecutivo, quali obiettivi concreti si debbano proporre alla nuova entità statale che si disegna.” /…/

(da Nello Rosselli – Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Einaudi, Torino 1977)

La gioventù offerta

Il 29 maggio 1848 un battaglione di volontari toscani comprendenti studenti delle Università di Pisa e Siena, insieme a truppe regolari napoletane e toscane comandate dal Generale fiorentino Cesare De Laugier conte de Bellecour (1789 – 1871), affrontarono tra Curtatone e Montanara (Mantova) un assai più preponderante esercito austriaco in marcia per aggirare le forze piemontesi schierate di fronte alla fortezza di Peschiera.

Per più di 6 ore, i giovani studenti toscani affrontarono gli austriaci fermandoli il tempo necessario per permettere ai piemontesi di riorganizzarsi di fronte alla minaccia di aggiramento degli austriaci, sconfitti poi nella vittoriosa battaglia di Goito combattuta il 30 maggio 1848.

Molti giovani studenti morirono insieme ad altri (alla fine si ebbero 166 caduti italiani) sul campo di battaglia, offrendo la loro giovane vita sull’altare dell’unità e libertà d’Italia. I nomi di 26 caduti fiorentini sono oggi indicati su due targhe in bronzo poste a loro perenne memoria nella Basilica di Santa Croce a Firenze.

Il 29 maggio 1948, nel centenario della battaglia, il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola concesse alla bandiera del Battaglione Volontari Toscani (attualmente custodita nel Rettorato dell’Università di Pisa) la Medaglia d’oro al Valor militare, volendo così massimamente onorare non solo il loro sacrificio ma anche lo slancio ideale che generazioni di giovani italiani mostrarono, allora e dopo, nei momenti cruciali della storia d’Italia.

La migliore gioventù

Il 29 maggio 1848 fu combattuta, nell’ambito della I^ guerra d’indipendenza, la battaglia di Curtatone e Montanara (Mantova).

Il Feldaresciallo Radetzky, comandante delle truppe asburgiche, decise di attaccare alle spalle i piemontesi attestati a Peschiera ma fu fermato a Curtatone e Montanara dall’eroismo di 5.000 volontari toscani e truppe borboniche.

Tra i volontari toscani, centinaia di studenti universitari fiorentini, pisani e senesi caddero nella strenua resistenza: ancora oggi nelle università italiane si ricorda il sacrificio di questi giovani, espressioni genuine dei più alti valori risorgimentali di libertà e fraternità.

Alla battaglia prese parte il medico patriota Giuseppe Barellai (1813 -1884), una delle figure mediche più alte di tutta la nostra storia nazionale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-barellai_(Dizionario-Biografico)/

La città di Firenze decise di erigere in onore dei caduti un obelisco che venne inaugurato il 29 maggio 1882, 34° anniversario della battaglia, nella piazza fiorentina intitolata all’unità d’Italia.

Il destino delle armi fu loro avverso ma non così la memoria grata di tutto il popolo italiano.

Il primo esercito unito

Con la fine della Seconda Guerra d’Indipendenza nel luglio 1859 e la conseguente vittoria franco-piemontese contro le truppe austriache, oltre all’acquisizione della Lombardia da parte del Regno di Sardegna, vennero meno le dinastie filoasburgiche che reggevano i Ducati di Modena e Parma nonché il Granducato di Toscana.

Contestualmente al dissolvimento di questi Stati, nacque, per volontà dei governi provvisori di Firenze, Modena e Parma posti sotto la tutela del Re di Sardegna  Vittorio Emanuele II°, l’esercito della Lega dell’Italia Centrale il cui comando fu affidato al Generale (emiliano d’origine) Manfredo Fanti (1806 – 1865).

L’esercito della Lega, equipaggiato, ordinato e armato dall’Armata Sarda, si componeva di circa 50.000 uomini inquadrati in 10 Brigate di fanteria, 11 Battaglioni bersaglieri, 4 Reggimenti di cavalleria (leggera e pesante), 2 Reggimenti di artiglieria e 1 reggimento del genio.

Nel marzo 1860, dopo i plebisciti di annessione della Toscana e dell’Emilia, l’esercito della Lega confluì nell’Armata Sarda che venne rinominata Regio Esercito.

Dopo la fusione con l’esercito della Lega, il neocostituito Regio Esercito (che aveva nel Re d’Italia Vittorio Emanuele II° il suo Capo supremo) contava circa 187.000 uomini inquadrati su 5 Corpi d’Armata, 13 Divisioni  e 2 Brigate autonome (denominate “Savoia” e “Cacciatori delle Alpi”).

Il 4 maggio 1861, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, il Regio Esercito assumerà quindi il nome di Esercito italiano (per poi tornare a chiamarsi Regio Esercito Italiano nel 1884).

Con i soldati nel cuore

“Il mio ideale è stato i soggetti militari, ché mi è sembrato vedere questi buoni ragazzi pronti a tutto sagrificare per il bene della patria e della famiglia.” (1980, Giovanni Fattori, Scritti autobiografici editi e inediti, a cura di F. Errico, pag.83)

Giovanni Fattori (Livorno, 1825 – Firenze 1908), capostipite della corrente dei cosidetti Macchiaioli toscani, è per la pittura ciò che rappresenta per la letteratura Edmondo De Amicis: un artista che indirizzò la sua opera nella realizzazione di un ideale di Patria così come fu pensata dai fautori e protagonisti del nostro Risorgimento.

In tale contesto, i soldati sardo-piemontesi prima e italiani dopo, furono per Fattori soggetti preferiti che immortalò in quadri memorabili.

Tra questi, un capolavoro assoluto è rappresentato da “L’assalto alla Madonna della Scoperta” (1868, Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno) che rappresenta un episodio della seconda guerra d’indipendenza del 1859.

La vasta scena ritrae un momento dei tragici combattimenti di Solferino e San Martino del 24 giugno 1859, durante i quali le forze franco – piemontesi ebbero la meglio sulle truppe austriache asserragliate in località Madonna della Scoperta. Dopo vari inutili assalti della fanteria sarda, si rivelò determinante l’impiego combinato dell’artiglieria e della cavalleria (per l’esattezza, dei Cavalleggeri d’Alessandria).

Con straordinaria intensità e precisione, il Fattori rappresenta due momenti: la carica di cavalleria che s’intravede sul fondo del dipinto, tra i fumi della battaglia, e l’approssimarsi affrettato dell’artiglieria da sinistra. Fattori pone poi sulla destra del dipinto gli ufficiali a cavallo dello Stato Maggiore, che si distinguono per una sovrana calma, anche se il Fattori trasmette magistralmente la tensione del momento nella postura e nei movimenti irrequieti dei cavalli. La drammacità degli inutili assalti della fanteria è testimoniata infine con la rappresentazione, al centro del dipinto, del tamburino morto.

Indubbiamente un capolavoro artistico che proietta nell’eternità non tanto il valore quanto l’insuperabile sofferenza dei soldati in guerra.