Oltre il proprio limite

Il 24 marzo 1944 veniva trucidato dai nazisti alle Fosse Ardeatine a Roma, insieme ad altre 334 vittime innocenti, il Generale dell’esercito italiano Simone Simoni (1880 -1944).

Appartenente al Fronte Militare Clandestino (costituito nella Capitale dopo l’8 settembre 1943 con compiti informativi a favore del legittimo governo italiano e degli alleati) venne arrestato dai nazisti, insieme a quasi tutti i componenti dell’organizzazione – compreso il suo capo, Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901 -1944), all’indomani dello sbarco angloamericano di Anzio (22 gennaio 1944) perchè i nazisti temevano che il Fronte Militare Clandestino potesse fomentare un’insurrezione della città di Roma, con conseguenze strategiche disastrose per le forze tedesche che combattevano sul fronte di Anzio e Cassino.

Sottoposto ad atroci torture nella famigerata prigione nazista di via Tasso (oggi Museo della Resistenza a Roma), il Generale Simoni si rifiutò di fare i nomi di altri membri del Fronte Militare fino ad allora scampati alla cattura e venne infine portato all’estremo supplizio alle Fosse Ardeatine.

Alla fine della guerra, il Generale Simone Simoni fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Al Generale Simoni è intitolata la caserma di Firenze oggi sede della Direzione di Amministrazione dell’Esercito.

Mi sono spesso soffermato a riflettere sulla figura e l’opera del Generale Simoni e di altri che, come lui, hanno perso la propria vita (o l’hanno messa in estremo pericolo) per combattere un nemico militarmente superiore e paurosamente crudele. Ne ho sempre tratto un esempio concreto d’identità e di conseguente coraggio. La cosapevolezza di sè e dei valori universali dell’uomo spiega lo slancio coraggioso di andare oltre i propri limiti, testimoniando, il più delle volte con l’estremo sacrificio, la superiorità della propria coscienza di fronte ad ogni ingiustizia e all’affermazione della verità che rende liberi.

Moltke il Romano

Nell’ottobre 1845 Helmuth von Moltke (il futuro leggendario Capo di Stato Maggiore dell’esercito prussiano – prima – e tedesco – poi) ricevette l’incarico di Aiutante di campo del Principe Carlo Enrico (1781 – 1846), fratello del Re di Prussia Federico Guglielmo III°. Il Principe viveva da anni a Roma, dove aveva avuto modo di dedicarsi ai suoi interessi artistici e culturali, e fu molto contento della scelta di Helmuth von Moltke, già noto ai tempi per essere un ufficiale colto e di grande esperienza (tra l’altro, aveva trascorso 3 anni presso il Sultano ottomano e da questa esperienza aveva tratto un libro “Lettere dalla Turchia” che gli aveva dato una certa notorietà in Patria).

Il giovane Tenente Colonnello von Moltke, insieme alla moglie Mary e al fratello Ludwig, intraprese nel mese di novembre 1845 il lungo viaggio da Berlino a Roma, via Lipsia – Norimberga – Monaco – Innsbruck – Brennero – Trento – Foligno, arrivando nella capitale pontificia a ridosso del Natale. Durante il viaggio, Moltke ne approfittò per prendere conoscenza e confidenza con un Paese che riteneva l’avrebbe ospitato a lungo. Per questo iniziò a studiare anche l’italiano (Moltke era un poliglotta, conosceva infatti ben 7 lingue!)

Il Principe Carlo Enrico di Prussia era gravemente malato ma questo non gl’impediva di avere un’attiva vita sociale a Roma, il che permise a Moltke di fare numerosi e interessanti incontri.

Inoltre, Moltke, appassionato di topografia (una delle branche dell’allora servizio di stato maggiore), potè dedicarsi nel tempo libero a disegnare le carte topografiche di Roma e della campagna romana che provvedeva poi ad inviare a Berlino.

Purtroppo, contrariamente a quanto sperato da Moltke e la moglie, la permanenza a Roma fu breve. Il 12 luglio 1846 moriva il Principe Carlo Enrico di Prussia e si concludeva così l’esperienza romana di Helmuth von Moltke che, dopo essersi occupato del rimpatrio a Potsdam della salma del Principe Carlo Enrico, venne destinato alla stato maggiore dell’VIII° Corpo d’Armata prussiano a Coblenza.