Il destino di un uomo

Il 9 novembre 1970 moriva il Generale Charles de Gaulle: si chiudeva così la vita di un uomo entrato nella Storia della Francia e dell’Europa.

Un film storico (uscito in Francia prima della pandemia) dal semplice titolo De Gaulle (del regista Gabriel Le Bomin) narra la storia personale del Generale e della sua famiglia nei convulsi e terribili giorni della disfatta francese del giugno 1940.

Separato dagli affetti familiari dal precipitare degli eventi, Charles de Gaulle (nel film l’attore Lambert Wilson), neopromosso Generale di Brigata, si trovò schiacciato tra le preoccupazioni familiari e la necessità di agire per salvare la Francia dal baratro.

De Gaulle saprà rimanere fedele a sè stesso e al suo destino: riparerà in Inghilterra da dove lancerà il celebre messaggio radiofonico ai francesi del 18 giugno 1940, data che segna l’inizio della resistenza francese contro l’occupazione nazista.

Riuscirà poi a ricongiungersi alla famiglia, approdata finalmente e tra mille difficoltà in Gran Bretagna, ritrovando quel sostegno morale che sarà senz’altro alla base del suo impegno politico e militare per tutta la durata della guerra ed oltre.

Memorabile interpretazione

La triste notizia della morte del grande attore Sean Connery (1930 -2020) non può essere trascurata da chi si dedica allo studio dei soldati, anche come rappresentati nel cinema.

E Sean Connery di soldati (e marinai- lui stesso aveva prestato servizio nella Royal Navy) ne aveva interpretati diversi nella sua lunga carriera artistica. Tra tutte le sue interpretazioni, per chi scrive, resta memorabile quella del Generale dei paracadutisti Robert Roy Urquhart (1901 – 1988) nel film del 1977 A bridge too far – Quell’ultimo ponte, incentrato sulla disastrosa sconfitta alleata nella battaglia di Arnhem in Olanda contro i tedeschi nel settembre 1944.

Il Generale Urquhart (nell’immagine a piè di pagina ritratto di fronte al suo posto comando ad Arnhem) fu uno degli ufficiali britannici più carismatici della seconda guerra mondiale: non poteva trovare miglior Alter Ego in uno dei più grandi attori della storia del cinema!

Il Bene contro il Male

A Borgo a Mozzano (Lucca) esiste una piccola cappella che conserva un’immagine sacra chiamata la Madonna del Soldato.

Molti soldati (direttamente o per mezzo di loro congiunti), durante la Seconda Guerra Mondiale, si affidavano alla venerata immagine e a ciò che essa rappresenta.

I legami tra religiosità e militarità (così come tra teologia e strategia) sono molto affascinanti e profondi; proprio per questo esulano, al momento, dalle competenze di chi scrive. Eppure non si può non riflettere sul comune denominatore che, nell’immediatatezza, accosta le due dimensioni: il Bene che opera contro il Male.

A questo pensavo, interrogandomi sulla pratica religiosa che portava (e porta ancora oggi) molti soldati a credere e sperare che il loro servizio sia sempre un trionfo del Bene contro il Male anche (e soprattutto) nella tragedia più grande dell’umanità qual’è la guerra.

La suprema figura materna della Madre di Cristo poi non può che richiamare direttamente la madre di ciascuno di noi: e chi può dubitare che colei che ci ha generato non sia la fonte prima e assoluta di ogni bene? Questa certezza personalmente io ce l’ho, ricordando Maria Concetta Travaglini (1935 – 2020) che era mia madre.

Doti del soldato

Le riflessioni del grande Napoleone, contenute nei suoi innumerevoli scritti, compongono un corpus a cui attingere per approfondire lo studio e la comprensione non solo dell’arte militare (composta da strategia, tattica, logistica e organica) ma soprattutto della militarità in ogni tempo e luogo.

Cos’è un soldato e quali virtù debba possedere e coltivare (unitamente all’indicazione del modo d’apprendimento) ce lo dice l’aforisma che segue:

La prima dote di un soldato è la forza d’animo di fronte al protrarsi delle fatiche e delle avversità: ma il coraggio è la seconda. La povertà, il sacrificio e la miseria sono la scuola del buon soldato.

Ripensavo a questa frase recentemente, ripercorrendo le vicende del soldato italiano nella seconda guerra mondiale: da Giarabub a Cheren, da El Alamein a Cefalonia e Monte Lungo, non vi è alcun dubbio quanto questo detto napoleonico sia adeguato al suo valoroso caso.

L’altro Rommel

Nell’80° anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale voglio ricordare l’eroico esercito polacco.

Per farlo, ho scelto la figura del Generale Barone Juliusz Rómmel (1881 – 1967) che il caso ha voluto omonimo di uno dei più grandi Generali tedeschi a lui contemporaneo: Erwin Rommel.

Di formazione militare russa (fino al 1918 infatti la Polonia apparteneva in parte alla Russia), dopo aver preso parte alla guerra russo – giapponese (1904 – 1905) e alla Grande Guerra come ufficiale dell’esercito zarista, combattè valorosamente nella guerra russo – polacca del 1920 e in seguito ascese a sempre maggiori responsabilità nell’esercito polacco.

Posto nel marzo 1939 al comando dell’Armata di Łódź, che aveva il compito dell’immediata e ravvicinata difesa del confine occidentale della Polonia, venne letteralmente travolto con i suoi uomini dall’inarrestabile avanzata delle forze tedesche in seguito all’invasione della Polonia il 1° settembre 1939.

Nominato Comandante della difesa di Varsavia, toccherà a lui l’ingrato compito di firmare la capitolazione della città il 28 settembre 1939.

Catturato subito dopo dai tedeschi, rimase prigioniero in Germania fino all’aprile 1945.

Tornato in Polonia e ritiratosi a vita privata, trascorse gli ultimi anni impegnandosi nella scrittura di libri di soggetto memorialistico e militare.

Soldati lontani

Nel cimitero di Anzio – Falasche (Roma) riposano più di 2300 soldati del Commonwealth britannico caduti durante la battaglia per la liberazione di Roma (22 gennaio – 4 giugno 1944).

Soldati provenienti dal Regno Unito ma anche dal Canada, Nuova Zelanda, Australia e persino dalle lontane colonie britanniche d’Africa morirono nei dintorni di Anzio (nonché in tutti i luoghi ove combatterono la dura Campagna d’Italia): vennero da lontano per andare incontro al loro destino di soldati.

Ispirato da tale estremo sacrificio, Ugo Giaime ha scritto questa testimonianza:

Soldati da lontano inviati

da nobili virtù animati,

caddero nella migliore età

accolti infine dalla divina pietà.

I loro volti ormai svaniti nella gloria

rivivono sempre giovani nella memoria.

Mai più la guerra!

gridano uniti nel silenzio

accolti dalla verde terra

che il loro ricordo

con universale amore serra.

Ugo Giaime

Eterna massima

Marc Bloch (1886 – 1944) è stato uno dei più grandi storici del Novecento. Francese di origine ebraica, combattè come ufficiale nella Grande Guerra e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale tra le fila della Resistenza in Francia. Catturato dai nazisti, venne imprigionato, torturato e infine fucilato (insieme ad altri 29 resistenti) il 16 giugno 1944.

Tra le tante sue riflessioni, questa che segue (tratta dalla sua opera Apologia della Storia, pubblicata dalla Casa editrice Einaudi nel 1950) ha avuto una grande risonanza:

L’ incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato (…) non è però meno vano tentar di comprendere il passato ove nulla si sappia del presente.

Fece e visse la Storia.

Carabinieri da eliminare

Il 7 ottobre ricorrono i 75 anni dalla deportazione in Germania dei Reali Carabinieri ad opera delle truppe occupanti tedesche. Un episodio poco noto, che costituisce un esempio tipico della fedeltà e del sacrificio, che anche un corpo di polizia militare come l’Arma dei Carabinieri ha espletato e continua ad espletare nei propri oltre due secoli di storia istituzionale. A ricordo di tale esperienza, inizio di quel lungo cammino, che ha riguardato centinaia di migliaia di Internati Militari Italiani (IMI), è uscito per i tipi delle Edizioni Chillemi il volume di Enrico Cursi “Carabinieri da eliminare”. Proponiamo qui la postfazione dello storico Giovanni Cecini, amico del nostro blog, che ci ha indicato l’importanza di questa ricorrenza storica.

Alla fine della presente narrazione, che ha sviluppato tutte le sfaccettature dell’azione dei militari dell’Arma contro l’arbitrio e la sopraffazione della Wehrmacht, sgorga nell’animo del lettore un grande senso di pietà e di riconoscenza. Nelle pagine del volume di Enrico Cursi, sembrano rivivere le intense iniziative del legittimo Comando Generale e delle dipendenti unità centrali o territoriali, volte tutte a mantenere il pieno controllo della delicata situazione, creatasi in quella calda estate 1943. L’arresto di Mussolini prima e la successiva uscita dalla guerra dell’Asse poi ebbero infatti come immediato effetto lo sbandamento psicologico di una Nazione, prima che quello materiale, dovuto anche alla pronta e calcolata reazione bellica tedesca.
I carabinieri, catapultati come tutti gli altri militari e il Paese intero alla prova dei fatti in un sostanziale quanto larvato ribaltamento d’alleanza, hanno preso sin da subito le armi e condotto uno scontro aperto contro l’aggressività germanica. Come non mai, nelle intense ore dell’8 e 9 settembre si confermò quell’esistenziale binomio funzionale, derivante dal doppio ruolo di arma combattente e di corpo di polizia, affidato sin dalla sua costituzione all’Arma dei Carabinieri. In ciò il Comando Generale (finché esso ebbe vita) poté contare sul valido supporto di ufficiali dall’alto profilo morale e professionale. Grazie ad essi i comandi territoriali hanno potuto reggere anche di fronte alle reiterate minacce tedesche, volte tutte a depotenziare con gradualità l’autorevolezza e la saldezza di spirito dei militari dell’Arma. Questo ultimo bieco proponimento non ebbe il risultato sperato. I carabinieri oggetto di narrazione, sia che fossero in servizio attivo permanente o richiamati, hanno dato invece un loro incorrotto e valido contributo alla salvaguardia dell’ordine pubblico e della continuità dello Stato. Emblematico il tortuoso salvataggio della bandiera di guerra dell’Arma. Tutto ciò avvenne nonostante la grande confusione, derivante dall’intempestiva proclamazione dell’armistizio, nonostante le repentine (e anzi spesso preventive) misure draconiane tedesche e infine nonostante l’abbandono della Capitale delle più alte cariche politiche e militari dello Stato legittimo.
L’ordine di disarmo, disposto dalle ricostituite istituzioni fasciste, divenne il momento delle scelte: accettare passivamente gli eventi o predisporre nel miglior modo un’azione ostruzionistica verso la prepotenza e l’arbitrio dei comandi germanici. Una volta chiusa l’esperienza di resistenza attiva contro i tedeschi e la seguente cessazione delle ostilità, siglata dalle residuali istituzioni monarchiche presenti nella Capitale, i carabinieri gestirono l’emergenza in modo composto e votato sempre alla salvaguardia della popolazione e dell’ordine pubblico. Creando un reticolo di collegamenti ufficiali od ufficiosi, le unità territoriali ebbero il grande coraggio di tenere testa all’ex alleato, sempre più galvanizzato dalla rapida occupazione di Roma, delle zone limitrofe e dalla liberazione di Mussolini.
Il successivo disarmo fu l’anticamera dell’eliminazione dei carabinieri, come ci indica il titolo del volume. Il preciso racconto della deportazione diventa quindi una struggente carrellata di testimonianza di quel che i carabinieri dovettero patire, ancor prima di essere costretti nei campi detentivi. Già sapendo che la destinazione sarebbe stata la Germania, il lettore è stato condotto lentamente e con un crescendo di commozione al seguito di quei poveretti, vessati da mille tribolazioni. Il lungo peregrinare, causato in tempo di guerra dalle difficili linee di comunicazione, si trasformò in un’anticipata agonia. Alcuni di loro, percorrendo in carri bestiame un percorso tortuoso e allucinante (durato ben 7 giorni!), che ha toccato tra l’altro Firenze, Bologna, Modena, Genova, Ventimiglia, Marsiglia, Lione e infine Monaco di Baviera, arrivarono stremati ancor prima di iniziare il loro inferno personale. Infatti solo allora in qualità di internati militari, ossia una finzione giuridica che toglieva agli italiani i diritti riconosciuti invece dalle convenzioni internazionali ai prigionieri di guerra, prendeva avvio la lunga marcia verso l’ignoto.
Insomma la narrazione ci ha offerto uno spaccato inedito, ma non per questo avulso dalla proverbiale missione di fedeltà, insita nell’istituzione dei Carabinieri. La scelta, di ritenere l’onore verso il giuramento prestato come massima direttrice delle proprie azioni, testimonia oggi come ieri l’esempio più concreto di come gli appartenenti alla Fedelissima esplichino il proprio servizio fino all’estremo sacrificio. Per molti dei carabinieri di quel settembre-ottobre 1943 significò la morte, per altri l’atroce destino nei campi di prigionia, per altri ancora la fuga verso un futuro di ulteriore lotta, questa volta in clandestinità. Se oggi viviamo in una Repubblica libera e democratica, lo dobbiamo anche a questo loro silenzioso sacrificio.

Giovanni Cecini

Gebirgsjäger

Uno dei Corpi militari più prestigiosi della storia militare tedesca è quello dei Gebirgsjäger (Cacciatori della montagna).

Nati nella Grande Guerra dal Corpo Alpino Tedesco (Deutschen Alpenkorps) che ebbe il suo battesimo del fuoco sul Fronte italiano nel 1917, i Cacciatori della montagna tedeschi furono presenti nella Seconda Guerra Mondiale su tutti i teatri operativi (compreso quello in Africa settentrionale) dove combatterono con grande ardimento.

Tra le figure prominenti (e discusse, per via della sua esplicita adesione al partito e ai valori del Nazionalsocialismo) della storia del Corpo fu il Generale Eduard Dietl (1890 – 1944) che per il valore dimostrato nella battaglia di Narvik (Norvegia) nella primavera 1940 ricevette la Croce di Ferro con fronde di quercia e venne considerato dalla propaganda tedesca fino alla sua morte (avvenuta per un incidente aereo) uno dei migliori comandanti del secondo conflitto mondiale.

Simbolo distintivo dei Gebirgsjäger è la Stella alpina (Edelweiss) che portano ancora oggi sul berretto e sull’uniforme.

I Gebirgsjäger sono attualmente presenti, con una Brigata basata a Bad Reichenhall (Baviera), nella Bundeswehr (Difesa federale) tedesca e concorrono, insieme a tutti gli altri Armi e Corpi, alla difesa dell’unità, diritto e libertà della Repubblica Federale Tedesca.

Victi Vivimus

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare si trova a Bari ed è stato inaugurato il 10 dicembre 1967.

Il Sacrario raccoglie le spoglie di 75.000 caduti (di cui 40.000 ignoti) italiani in terre straniere (in maggioranza penisola balcanica ma anche Africa orientale e settentrionale).

Al suo interno, conserva anche un interessante museo storico militare in cui sono raccolti importanti cimeli della Grande Guerra, Seconda Guerra Mondiale e delle campagne militari d’oltremare (Libia, Etiopia e Somalia).

Al tramonto di ogni giorno, nove rintocchi di una grande campana di bronzo, donata al Sacrario dalle associazioni combattentistiche e d’arma, ricordano a tutti il sacrificio dei caduti affinchè anche se vinti dalla morte essi possano comunque vivere nella memoria.

Nel Sacrario riposano anche i resti di 140 Ascari appartenenti alle truppe coloniali italiani.

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare dipende dal Commissariato Generale per le onoranze ai caduti (ONORCADUTI) del Ministero della Difesa.