Doti del soldato

Le riflessioni del grande Napoleone, contenute nei suoi innumerevoli scritti, compongono un corpus a cui attingere per approfondire lo studio e la comprensione non solo dell’arte militare (composta da strategia, tattica, logistica e organica) ma soprattutto della militarità in ogni tempo e luogo.

Cos’è un soldato e quali virtù debba possedere e coltivare (unitamente all’indicazione del modo d’apprendimento) ce lo dice l’aforisma che segue:

La prima dote di un soldato è la forza d’animo di fronte al protrarsi delle fatiche e delle avversità: ma il coraggio è la seconda. La povertà, il sacrificio e la miseria sono la scuola del buon soldato.

Ripensavo a questa frase recentemente, ripercorrendo le vicende del soldato italiano nella seconda guerra mondiale: da Giarabub a Cheren, da El Alamein a Cefalonia e Monte Lungo, non vi è alcun dubbio quanto questo detto napoleonico sia adeguato al suo valoroso caso.

L’altro Rommel

Nell’80° anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale voglio ricordare l’eroico esercito polacco.

Per farlo, ho scelto la figura del Generale Barone Juliusz Rómmel (1881 – 1967) che il caso ha voluto omonimo di uno dei più grandi Generali tedeschi a lui contemporaneo: Erwin Rommel.

Di formazione militare russa (fino al 1918 infatti la Polonia apparteneva in parte alla Russia), dopo aver preso parte alla guerra russo – giapponese (1904 – 1905) e alla Grande Guerra come ufficiale dell’esercito zarista, combattè valorosamente nella guerra russo – polacca del 1920 e in seguito ascese a sempre maggiori responsabilità nell’esercito polacco.

Posto nel marzo 1939 al comando dell’Armata di Łódź, che aveva il compito dell’immediata e ravvicinata difesa del confine occidentale della Polonia, venne letteralmente travolto con i suoi uomini dall’inarrestabile avanzata delle forze tedesche in seguito all’invasione della Polonia il 1° settembre 1939.

Nominato Comandante della difesa di Varsavia, toccherà a lui l’ingrato compito di firmare la capitolazione della città il 28 settembre 1939.

Catturato subito dopo dai tedeschi, rimase prigioniero in Germania fino all’aprile 1945.

Tornato in Polonia e ritiratosi a vita privata, trascorse gli ultimi anni impegnandosi nella scrittura di libri di soggetto memorialistico e militare.

Soldati lontani

Nel cimitero di Anzio – Falasche (Roma) riposano più di 2300 soldati del Commonwealth britannico caduti durante la battaglia per la liberazione di Roma (22 gennaio – 4 giugno 1944).

Soldati provenienti dal Regno Unito ma anche dal Canada, Nuova Zelanda, Australia e persino dalle lontane colonie britanniche d’Africa morirono nei dintorni di Anzio (nonché in tutti i luoghi ove combatterono la dura Campagna d’Italia): vennero da lontano per andare incontro al loro destino di soldati.

Ispirato da tale estremo sacrificio, Ugo Giaime ha scritto questa testimonianza:

Soldati da lontano inviati

da nobili virtù animati,

caddero nella migliore età

accolti infine dalla divina pietà.

I loro volti ormai svaniti nella gloria

rivivono sempre giovani nella memoria.

Mai più la guerra!

gridano uniti nel silenzio

accolti dalla verde terra

che il loro ricordo

con universale amore serra.

Ugo Giaime

Eterna massima

Marc Bloch (1886 – 1944) è stato uno dei più grandi storici del Novecento. Francese di origine ebraica, combattè come ufficiale nella Grande Guerra e partecipò alla Seconda Guerra Mondiale tra le fila della Resistenza in Francia. Catturato dai nazisti, venne imprigionato, torturato e infine fucilato (insieme ad altri 29 resistenti) il 16 giugno 1944.

Tra le tante sue riflessioni, questa che segue (tratta dalla sua opera Apologia della Storia, pubblicata dalla Casa editrice Einaudi nel 1950) ha avuto una grande risonanza:

L’ incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato (…) non è però meno vano tentar di comprendere il passato ove nulla si sappia del presente.

Fece e visse la Storia.

Carabinieri da eliminare

Il 7 ottobre ricorrono i 75 anni dalla deportazione in Germania dei Reali Carabinieri ad opera delle truppe occupanti tedesche. Un episodio poco noto, che costituisce un esempio tipico della fedeltà e del sacrificio, che anche un corpo di polizia militare come l’Arma dei Carabinieri ha espletato e continua ad espletare nei propri oltre due secoli di storia istituzionale. A ricordo di tale esperienza, inizio di quel lungo cammino, che ha riguardato centinaia di migliaia di Internati Militari Italiani (IMI), è uscito per i tipi delle Edizioni Chillemi il volume di Enrico Cursi “Carabinieri da eliminare”. Proponiamo qui la postfazione dello storico Giovanni Cecini, amico del nostro blog, che ci ha indicato l’importanza di questa ricorrenza storica.

Alla fine della presente narrazione, che ha sviluppato tutte le sfaccettature dell’azione dei militari dell’Arma contro l’arbitrio e la sopraffazione della Wehrmacht, sgorga nell’animo del lettore un grande senso di pietà e di riconoscenza. Nelle pagine del volume di Enrico Cursi, sembrano rivivere le intense iniziative del legittimo Comando Generale e delle dipendenti unità centrali o territoriali, volte tutte a mantenere il pieno controllo della delicata situazione, creatasi in quella calda estate 1943. L’arresto di Mussolini prima e la successiva uscita dalla guerra dell’Asse poi ebbero infatti come immediato effetto lo sbandamento psicologico di una Nazione, prima che quello materiale, dovuto anche alla pronta e calcolata reazione bellica tedesca.
I carabinieri, catapultati come tutti gli altri militari e il Paese intero alla prova dei fatti in un sostanziale quanto larvato ribaltamento d’alleanza, hanno preso sin da subito le armi e condotto uno scontro aperto contro l’aggressività germanica. Come non mai, nelle intense ore dell’8 e 9 settembre si confermò quell’esistenziale binomio funzionale, derivante dal doppio ruolo di arma combattente e di corpo di polizia, affidato sin dalla sua costituzione all’Arma dei Carabinieri. In ciò il Comando Generale (finché esso ebbe vita) poté contare sul valido supporto di ufficiali dall’alto profilo morale e professionale. Grazie ad essi i comandi territoriali hanno potuto reggere anche di fronte alle reiterate minacce tedesche, volte tutte a depotenziare con gradualità l’autorevolezza e la saldezza di spirito dei militari dell’Arma. Questo ultimo bieco proponimento non ebbe il risultato sperato. I carabinieri oggetto di narrazione, sia che fossero in servizio attivo permanente o richiamati, hanno dato invece un loro incorrotto e valido contributo alla salvaguardia dell’ordine pubblico e della continuità dello Stato. Emblematico il tortuoso salvataggio della bandiera di guerra dell’Arma. Tutto ciò avvenne nonostante la grande confusione, derivante dall’intempestiva proclamazione dell’armistizio, nonostante le repentine (e anzi spesso preventive) misure draconiane tedesche e infine nonostante l’abbandono della Capitale delle più alte cariche politiche e militari dello Stato legittimo.
L’ordine di disarmo, disposto dalle ricostituite istituzioni fasciste, divenne il momento delle scelte: accettare passivamente gli eventi o predisporre nel miglior modo un’azione ostruzionistica verso la prepotenza e l’arbitrio dei comandi germanici. Una volta chiusa l’esperienza di resistenza attiva contro i tedeschi e la seguente cessazione delle ostilità, siglata dalle residuali istituzioni monarchiche presenti nella Capitale, i carabinieri gestirono l’emergenza in modo composto e votato sempre alla salvaguardia della popolazione e dell’ordine pubblico. Creando un reticolo di collegamenti ufficiali od ufficiosi, le unità territoriali ebbero il grande coraggio di tenere testa all’ex alleato, sempre più galvanizzato dalla rapida occupazione di Roma, delle zone limitrofe e dalla liberazione di Mussolini.
Il successivo disarmo fu l’anticamera dell’eliminazione dei carabinieri, come ci indica il titolo del volume. Il preciso racconto della deportazione diventa quindi una struggente carrellata di testimonianza di quel che i carabinieri dovettero patire, ancor prima di essere costretti nei campi detentivi. Già sapendo che la destinazione sarebbe stata la Germania, il lettore è stato condotto lentamente e con un crescendo di commozione al seguito di quei poveretti, vessati da mille tribolazioni. Il lungo peregrinare, causato in tempo di guerra dalle difficili linee di comunicazione, si trasformò in un’anticipata agonia. Alcuni di loro, percorrendo in carri bestiame un percorso tortuoso e allucinante (durato ben 7 giorni!), che ha toccato tra l’altro Firenze, Bologna, Modena, Genova, Ventimiglia, Marsiglia, Lione e infine Monaco di Baviera, arrivarono stremati ancor prima di iniziare il loro inferno personale. Infatti solo allora in qualità di internati militari, ossia una finzione giuridica che toglieva agli italiani i diritti riconosciuti invece dalle convenzioni internazionali ai prigionieri di guerra, prendeva avvio la lunga marcia verso l’ignoto.
Insomma la narrazione ci ha offerto uno spaccato inedito, ma non per questo avulso dalla proverbiale missione di fedeltà, insita nell’istituzione dei Carabinieri. La scelta, di ritenere l’onore verso il giuramento prestato come massima direttrice delle proprie azioni, testimonia oggi come ieri l’esempio più concreto di come gli appartenenti alla Fedelissima esplichino il proprio servizio fino all’estremo sacrificio. Per molti dei carabinieri di quel settembre-ottobre 1943 significò la morte, per altri l’atroce destino nei campi di prigionia, per altri ancora la fuga verso un futuro di ulteriore lotta, questa volta in clandestinità. Se oggi viviamo in una Repubblica libera e democratica, lo dobbiamo anche a questo loro silenzioso sacrificio.

Giovanni Cecini

Gebirgsjäger

Uno dei Corpi militari più prestigiosi della storia militare tedesca è quello dei Gebirgsjäger (Cacciatori della montagna).

Nati nella Grande Guerra dal Corpo Alpino Tedesco (Deutschen Alpenkorps) che ebbe il suo battesimo del fuoco sul Fronte italiano nel 1917, i Cacciatori della montagna tedeschi furono presenti nella Seconda Guerra Mondiale su tutti i teatri operativi (compreso quello in Africa settentrionale) dove combatterono con grande ardimento.

Tra le figure prominenti (e discusse, per via della sua esplicita adesione al partito e ai valori del Nazionalsocialismo) della storia del Corpo fu il Generale Eduard Dietl (1890 – 1944) che per il valore dimostrato nella battaglia di Narvik (Norvegia) nella primavera 1940 ricevette la Croce di Ferro con fronde di quercia e venne considerato dalla propaganda tedesca fino alla sua morte (avvenuta per un incidente aereo) uno dei migliori comandanti del secondo conflitto mondiale.

Simbolo distintivo dei Gebirgsjäger è la Stella alpina (Edelweiss) che portano ancora oggi sul berretto e sull’uniforme.

I Gebirgsjäger sono attualmente presenti, con una Brigata basata a Bad Reichenhall (Baviera), nella Bundeswehr (Difesa federale) tedesca e concorrono, insieme a tutti gli altri Armi e Corpi, alla difesa dell’unità, diritto e libertà della Repubblica Federale Tedesca.

Victi Vivimus

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare si trova a Bari ed è stato inaugurato il 10 dicembre 1967.

Il Sacrario raccoglie le spoglie di 75.000 caduti (di cui 40.000 ignoti) italiani in terre straniere (in maggioranza penisola balcanica ma anche Africa orientale e settentrionale).

Al suo interno, conserva anche un interessante museo storico militare in cui sono raccolti importanti cimeli della Grande Guerra, Seconda Guerra Mondiale e delle campagne militari d’oltremare (Libia, Etiopia e Somalia).

Al tramonto di ogni giorno, nove rintocchi di una grande campana di bronzo, donata al Sacrario dalle associazioni combattentistiche e d’arma, ricordano a tutti il sacrificio dei caduti affinchè anche se vinti dalla morte essi possano comunque vivere nella memoria.

Nel Sacrario riposano anche i resti di 140 Ascari appartenenti alle truppe coloniali italiani.

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare dipende dal Commissariato Generale per le onoranze ai caduti (ONORCADUTI) del Ministero della Difesa.

Il leone di Cheren

Tra le battaglie della storia militare italiana, quella di Cheren (febbraio – marzo 1941) in Eritrea, sconosciuta ai più, è una delle più valorose per le armi italiane.

La qualità di alcuni reparti (tra cui i Granatieri di Savoia e le Regie Truppe Coloniali), l’indiscussa capacità dei comandanti (Generali Carnimeo e Lorenzini), il brillante comportamento degli ufficiali in sottordine (valga per tutti la figura del leggendario Capitano di cavalleria Amedeo Guillet) produssero una battaglia difensiva che riuscì a fermare per due mesi l’avanzata delle forze del Commonwealth britannico nell’Africa Orientale Italiana.

Le perdite durante la sanguinosa battaglia furono rilevanti per ambedue gli schieramenti. I caduti italiani, non rimpatriati, riposano oggi nel cimitero militare italiano di Cheren.

In particolare, voglio qui ricordare la figura del Generale Orlando Lorenzini (1890 -1941) che con i suoi ascari diede prova di valore e coraggio eccezionali, morendo sul campo il 17 marzo 1941 colpito da una scheggia di granata.

Al Generale Lorenzini, pluridecorato e più volte promosso per meriti di guerra, venne concessa, alla memoria, la Medaglia d’oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

“Figura leggendaria di combattente coloniale che già in Libia e nell’Africa Orientale italiana superando le più aspre difficoltà di terreno e di clima, aveva innumerevoli volte trascinato le sue truppe alla vittoria, era l’anima dell’epica difesa di Cheren, imponendosi all’ammirazione dello stesso nemico. Alla testa dei suoi battaglioni che infiammava con l’esempio del suo indomito valore si prodigava oltre ogni limite per contrastare il passo dell’avversario superiore per mezzi e per numero, contrattaccandolo con audacia sovrumana anche quando la situazione si era fatta disperata. Colpito mortalmente suggellava in aureola di gloria la sua nobile esistenza, tutta intessuta di memorabili episodi di fulgido eroismo.”
Cheren (A.O.I.), 2 febbraio – 17 marzo 1941

Ispirato alla figura del Generale Lorenzini è quanto ebbe a scrivere Ugo Giaime:

“Sul sepolcro del Leone di Cheren

poserò un fiore,

memore del passato,

nel sentimento grato

di un uomo migliore.”

(Ugo Giaime – Granelli di vita)

Il giudizio finale

Nelle conclusioni del suo bel libro “I Generali di Mussolini”, già presentato ai lettori di questo Blog lo scorso 15 novembre, l’autore Giovanni Cecini arriva ad un giudizio finale sulla nostra sconfitta nell’ultima guerra che io desidero proporre ai lettori, sottolineando il fatto che ramente ho trovato parole più chiare e, se possibile, così definitive.

“(…) Non volendo mettere in dubbio le singole capacità militari di ciascuno, collettivamente i generali italiani furono un disastro. E questo non tanto perché essi non valessero, ma perché preferirono anteporre l’obbedienza politica al dovere di essere comandanti di uomini e pianificatori di una guerra sostenibile. Al contempo, Mussolini non esitò a circondarsi di gente chiaccherata, che pur di non essere continuamente ricattata divenne succube di un megalomane. A ciò si aggiunse la sovrapposizione di molti e autonomi centri di potere, che ruppero le gerarchie e infransero la razionalità di un Comando Supremo. (…) Sta di fatto che la guerra fu persa, fu persa male e nessuno pagò veramente per tanta ignavia. Solo i morti non poterono più parlare. Pertanto, molti di quelli che ottennero onori e denaro dal fascismo, ebbero poi la faccia tosta di scrivere o dichiarare di esserne stati vittima. (…) Se la giustizia legale o morale non è riuscita a fare il suo corso, almeno può valere oggi la memoria per discernere chi fece il proprio dovere, da chi invece il proprio personalissimo interesse.” (da Giovanni Cecini, I Generali di Mussolini, Newton&Compton Editori, Roma 2016, pagg. 522- 523).

Resta sempre la viva speranza che queste parole possano destare nei lettori quella necessaria riflessione senza la quale gli errori del passato sono fatalmente destinati a ripetersi.

 

E vincer bisogna

Per chi scrive, le tradizioni militari italiane, fatta eccezione per l’esperienza storica delle legioni romane (che peró si puó ben dire appartengano alla storia militare dell’intero Occidente), risalgono alla battaglia di Legnano combattuta vittoriosamente il 29 maggio 1176 dagli italiani della Lega Lombarda contro l’Imperatore Federico Barbarossa.

Fu la prima volta che gli italiani misero in campo un esercito regolare che combatté contro altre forze convezionali straniere. Vincendo.

A Legnano si confrontarono due modelli di esercito ben distinti tra loro per origine: feudale quello di Federico Barbarossa, imperniato su fanti e cavalieri di professione al servizio dell’imperatore; comunale quello della Lega Lombarda formato da cittadini che nel costituirsi in esercito vedevano legittimato il proprio ruolo politico e, in ultimo, garantivano la libertà delle proprie città.

Senza scendere nei dettagli della feroce battaglia, mi preme qui sottolineare il grande e importante retaggio storico che la battaglia di Legnano costituisce ancora oggi per l’Italia e ha costituito fino a pochi anni fà per il suo esercito.

Anzitutto, la battaglia di Legnano è ricordata nel nostro inno nazionale nella strofa “…dall’Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano” a significare l’unità combattiva degli italiani, specie di fronte ad un invasore.

Dal 1934 al 1996 poi, il nome glorioso di Legnano veniva portato da una Grande Unità dell’esercito italiano che seppe combattere con onore nella seconda guerra mondiale e, sopratutto, nella guerra di liberazione dove, nella dura lotta, si distinse il Gruppo da combattimento “Legnano”. Questa Grande Unità aveva come simbolo il “Soldato di Legnano”, opera scultorea della fine del XIX° secolo che ancora oggi troneggia nella cittadina lombarda.

A proposito della battaglia di Legnano, il grande poeta Giosué Carducci compose un poema in cui veniva declamato il verso E VINCER BISOGNA assunto poi come motto della disciolta Brigata meccanizzata Legnano.

Mai tale esortazione fu così adatta come in questi tempi.