Memoria costitutiva

Perchè ricordare il passato? Si può vivere un eterno presente? A queste domande offre una possibile risposta lo scrittore Ugo Giaime che collega la memoria alla cultura e all’ identità del singolo così come della collettività.

“L’essenza di ogni Cultura, anche e sopratutto di quella militare, si sostanzia nei fatti e nei momenti che la costituiscono: la memoria di tali fatti e momenti è fondamentale per l’identità e la sopravvivenza della Cultura stessa e di chi vi appartiene.”

(Ugo Giaime – Granelli di vita)

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Un sìbilo

La vista di un monumento ai caduti, offre a Ugo Giaime la possibilità d’immaginare e interpretare la morte di un soldato e il senso della sua memoria.

Un sìbilo.

In terra gettato

da un’improvvisa e ignota violenza

abbandona incredulo il presente

verso il futuro sperato.

Perchè?

Altri hanno deciso per la sua vita

che con doverosa volontà

ha reciso

spinto dalla coscienza

della propria identità.

Lo ricorderanno?

La madre, i figli e i viandanti

nelle giornate inondate dal sole

e nelle fresche sere

con i pensieri alle nuvole erranti.

Ugo Giaime

Notte

Ugo Giaime scrive del rapporto intimo e unico che lega il soldato alla notte, tempo in cui non cessa il suo operare e che spesso prelude alla battaglia.

Nessuno ama la notte più del soldato.

La notte, che tutto avvolge e ammutolisce, lo accoglie e protegge.

Le tenebre gli parlano con il silenzio dei pensieri e lui ascolta.

Il tempo notturno lo porta alla scoperta: l’arma misteriosa e minacciosa, i luoghi trasfigurati e silenti, la luce fioca ma illuminante, i commilitoni assonnati benchè presenti.

Non la paura bensì l’attesa l’accompagna.

E talvolta il soldato guarda al cielo che ne rapisce lo sguardo, promettendogli un’alba che sarà ancora speranza di nuova vita.

Ugo Giaime

I grandi soldati di Cuore

Ugo Giaime racconta l’artiglieria da montagna prendendo spunto dalla propria passata esperienza e dalla letteratura italiana.

La lettura di un grande classico della narrativa di guerra (Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, Mursia, 1963) mi ha fatto riflettere, ancora una volta, sul sacrificio dei nostri soldati nei conflitti armati (e non solo). Perchè hanno combattuto? Perchè sono morti?

I valori ideali nutrono l’uomo e ne formano, unitamente alla necessità, l’azione fino all’estremo. La domanda dunque riguarda quali valori ideali (la necessità si manifesta nella circostanza) sottintendono all’agire valoroso del soldato. Il senso del dovere nei confronti della Patria direbbero alcuni, il coraggio direbbero altri; io dico (anche) la fraternità d’armi: si combatte (anche) per chi ci è accanto.

Perchè ne sono così certo? Perchè ho conosciuto sul campo gli artiglieri da montagna del 3° Reggimento, la cui fama è nata in battaglia (e nel generoso soccorso alle popolazioni civili). Con loro ho condiviso momenti intensi e indimenticabili, frutto del vivere insieme, fianco a fianco, giorno per giorno.

Il destino mi ha fortunatamente risparmiato dall’onere della dura prova del combattimento ma non dalla verità della mia coscienza, ispirata dalla nobiltà d’animo, dalla illimitata generosità e dalla indiscussa dignità degli artiglieri da montagna, conosciuti ed ammirati in una di quelle personali esperienze per cui si è grati di vivere.

D’altraparte, qualcuno molto prima di me, li aveva parimenti ammirati fino a magnificarli in un passo celebre di uno dei libri più noti a generazioni d’italiani:

“E poi venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude, coi suoi grandi soldati, coi suoi muli potenti, l’artiglieria di montagna, che porta lo sgomento e la morte fin dove sale il piede dell’uomo.” Edmondo De Amicis – Cuore, 1889, pag. 300

Il leone di Cheren

Tra le battaglie della storia militare italiana, quella di Cheren (febbraio – marzo 1941) in Eritrea, sconosciuta ai più, è una delle più valorose per le armi italiane.

La qualità di alcuni reparti (tra cui i Granatieri di Savoia e le Regie Truppe Coloniali), l’indiscussa capacità dei comandanti (Generali Carnimeo e Lorenzini), il brillante comportamento degli ufficiali in sottordine (valga per tutti la figura del leggendario Capitano di cavalleria Amedeo Guillet) produssero una battaglia difensiva che riuscì a fermare per due mesi l’avanzata delle forze del Commonwealth britannico nell’Africa Orientale Italiana.

Le perdite durante la sanguinosa battaglia furono rilevanti per ambedue gli schieramenti. I caduti italiani, non rimpatriati, riposano oggi nel cimitero militare italiano di Cheren.

In particolare, voglio qui ricordare la figura del Generale Orlando Lorenzini (1890 -1941) che con i suoi ascari diede prova di valore e coraggio eccezionali, morendo sul campo il 17 marzo 1941 colpito da una scheggia di granata.

Al Generale Lorenzini, pluridecorato e più volte promosso per meriti di guerra, venne concessa, alla memoria, la Medaglia d’oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

“Figura leggendaria di combattente coloniale che già in Libia e nell’Africa Orientale italiana superando le più aspre difficoltà di terreno e di clima, aveva innumerevoli volte trascinato le sue truppe alla vittoria, era l’anima dell’epica difesa di Cheren, imponendosi all’ammirazione dello stesso nemico. Alla testa dei suoi battaglioni che infiammava con l’esempio del suo indomito valore si prodigava oltre ogni limite per contrastare il passo dell’avversario superiore per mezzi e per numero, contrattaccandolo con audacia sovrumana anche quando la situazione si era fatta disperata. Colpito mortalmente suggellava in aureola di gloria la sua nobile esistenza, tutta intessuta di memorabili episodi di fulgido eroismo.”
Cheren (A.O.I.), 2 febbraio – 17 marzo 1941

Ispirato alla figura del Generale Lorenzini è quanto ebbe a scrivere Ugo Giaime:

“Sul sepolcro del Leone di Cheren

poserò un fiore,

memore del passato,

nel sentimento grato

di un uomo migliore.”

(Ugo Giaime – Granelli di vita)

Il campo di papaveri

La terra che accoglie i soldati destinati al riposo eterno spesso, a inizio estate, è coperta di papaveri rossi a perdita d’occhio.

Questo fenomeno naturale è particolarmente rilevante nei campi delle Fiandre, della Piccardia, delle Somme che videro nella Grande Guerra cadere, dall’una e dall’altra parte, migliaia di giovani che non avevano altra speranza che la vita.

Molti, ma non tutti, ebbero una degna sepoltura nei cimiteri militari, ora divenuti monito perenne contro la guerra.

Altri rimasero insepolti, ignoti ai più e classificati come dispersi da coloro che l’inviarono a combattere, là dove lanciarono l’ultima voce al mondo.

I campi di papaveri conservano questa voce, fraterna ed uguale, come un anelito d’esistenza che la natura preserva e vivifica.

Per sempre.

(Ugo Giaime)

La fanfara dei bersaglieri

Ugo Giaime è uno scrittore i cui racconti brevi e aforismi hanno come soggetto/oggetto i soldati e la militarità in genere.

Già presente su questo Blog, l’ospitiamo oggi con un racconto breve incentrato su uno dei corpi militari più popolari e amati dagli italiani: i bersaglieri.

“Si festeggiava nella piazza del paese. La sera estiva accoglieva le luci e le voci dei tanti accorsi a godere dell’occasione di spensieratezza. Osservavo appagato e distratto il turbinio d’intorno. D’un tratto, improvvisamente, il vociare s’interruppe e una strana quiete s’impadronì del luogo. Dalle mie spalle, un tono crescente di trombe veniva trasportato dall’aria, sempre più vicino e alto, sembrava incalzarci con il fragore della gioia travolgente: arrivava la fanfara dei bersaglieri!

Passarono fendenti la folla che s’apriva, sorridente, quasi ad abbracciarli, i bersaglieri!

Chiesi a mio padre: 《perché corrono?》Rispose: 《inseguono la vittoria per acciuffarla! 》

Mi sembrò un modo unico e sublime per esprimere la speranza di ogni soldato.”

(Ugo Giaime)