Stringente attualità

Dal nostro collaboratore Colonnello Cesare Tapinetto riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il Generale Giacomo Sani, una delle figure storiche più illustri della storia del Commissariato militare italiano, in un discorso pubblico tenuto a Badia Polesine (Rovigo) nel 1896 ebbe a dire:

“Il pensiero civile si abbassa sempre, le più sane idealità si affievoliscono, il sentimento del dovere, la religione del pubblico bene vanno scomparendo. Noi facciamo delle leggi, troppe leggi; ma non abbiamo la virtù di obbedire loro, e chi è chiamato a farle osservare non risponde all’Ufficio suo. È troppo doloroso parlare di politica oggi che le nostre istituzioni parlamentari sono diventate un’arena, dove si combattono povere ambizioni o locali interessi, dove gli uomini oggi si uniscono e domani si disperdono, dove in pochi anni sono scomparsi i partiti e persino i gruppi politici. Guai a noi se non sapremo dare ai nostri figli un indirizzo di severi studi, di nobili idealità, di sane energie. Bisogna essere uniti in uno stesso sentimento nazionale. Alla distanza di pochi anni dacché abbiamo fatto l’unità, lavoriamo per gettare le basi del suo disfacimento”.

Quanta stringente attualità!

Soldati italiani in Ecuador

Quest’anno ricorre il centenario della creazione della Missione militare italiana in Ecuador.

Costituita in seguito ad una convenzione governativa italo – equadoriana, operò tra il 1921 e il 1929 (ma gli effetti del lavoro della Missione si ebbero fino alla metà degli anni ’30)

Molteplici furono le attività della Missione militare italiana a favore della riorganizzazione delle Forze Armate ecuadoriane e, in generale, dello sviluppo del Paese sudamericano; la più significativa è senz’altro il concorso determinante offerto dagli italiani alla fondazione nel 1922 della Escuela de Oficiales Ingegneros da cui trae origine l’attuale Universidad de las Fuerzas Armadas (Università delle Forze Armate) dell’Ecuador.

Un recente libro (ahimè non ancora tradotto in italiano) del Generale Patricio Lloiret Orellana ne narra l’interessante vicenda che dimostra la possibilità di esportare nel mondo con successo il pensiero e l’opera dei militari italiani.

I garibaldini inglesi

La figura del nostro eroe nazionale Giuseppe Garibaldi ebbe (ed ha ancora oggi) una sorprendente notorietà in Gran Bretagna, basti ricordare il viaggio trionfale che l’Eroe dei due mondi fece in Inghilterra dal 3 al 27 aprile 1864.

Da questa grande simpatia e convinta adesione ideale nacque un fenomeno di volontarismo britannico (non ostacolato dal governo d’oltremanica) tra le file dei garibaldini: circa 600 sudditi della Regina Vittoria raggiunsero l’Esercito meridionale di Garibaldi, battendosi valorosamente nella campagna del 1860, specie sul Volturno.

Uno dei più famosi tra questi fu John Whitehead Peard (1811 -1880), più noto col soprannome di Garibaldino inglese, il cui busto celebrativo al Pincio di Roma fa giustamente bella mostra di sè tra i nomi illustri della nostra Patria.

Le furie rosse

Il Corpo Volontari Italiani è stato una componente volontaria e pluriarma (fanteria, artiglieria, genio ecc..) dell’Esercito italiano, comandata dal Generale Giuseppe Garibaldi (1807 -1882) e operante in Trentino nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza nel 1866 (durante la quale Garibaldi telegrafò il 9 agosto il celeberrimo “Obbedisco” in risposta al Generale Alfonso La Marmora che gli aveva ordinato di arrestare la sua avanzata verso Trento).

Il Corpo raggiunse una consistenza di circa 40.000 uomini (tra cui anche alcuni cittadini stranieri) e si coprì di gloria in molte battaglie, tra cui la celeberrima battaglia di Bezzecca del 21 luglio 1866 in cui gli avversari austriaci vennero sconfitti da una controffensiva dei garibaldini.

Alla fine della campagna militare, le perdite garibaldine assommarono a 2549 unità tra caduti, feriti, dispersi e prigionieri. Il Corpo Volontari Italiano venne sciolto con Regio Decreto del 25 agosto 1866 in seguito all’armistizio italo – austriaco che pose fine alle ostilità.

Tra i volontari garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza vi era anche il futuro Generale Oreste Baratieri (1841 – 1901), già partecipante alla “Spedizione dei Mille” in Sicilia nel 1860, che fu “camicia rossa” per 6 anni, raggiungendo il grado di Capitano e venendo decorato di Medaglia d’argento al valor militare.

Per chi volesse approfondire il vasto e interessante tema dei garibaldini è senz’altro consigliabile il bel libro di Eva Cecchinato Camicie rosse. I garibaldini dall’unità alla Grande Guerra. (Laterza, Bari – Roma, 2011).

L’Italia s’è fatta!

La presa di Roma da parte delle truppe italiane il 20 settembre 1870 concluse simbolicamente l’unificazione dell’Italia. Vi si arrivò attraverso un intreccio di passioni e cautele, di delicate tattiche diplomatiche e di congiunture favorevoli che produssero la fulminea campagna che dal 12 al 20 settembre portò alla conquista del Lazio e dell’Urbe. Il recente libro edito da Il Mulino e scritto da Hubert Heyères, storico militare francese tra i massimi esperti del nostro Risorgimento, analizza a uno a uno questi piani, mettendo però al centro (grande novità rispetto ai numerosi studi precedenti) una dettagliata cronaca del fatto militare, della sua preparazione, del suo procedere città dopo città. Un’ accurata narrazione che porta il lettore fino alla famosa breccia aperta dall’artiglieria nelle mura di fianco a Porta Pia e all’ingresso a Roma, il mattino del 20, del IV Corpo dell’Esercito italiano al comando del Generale Raffaele Cadorna (senior). Tutto questo avveniva mentre sulle mura e sulla cupola di San Pietro veniva issata, per volere di Pio IX e nonostante la volontà di resistenza del Generale Hermann Kanzler comandante delle truppe pontificie, la bandiera bianca che segnava la fine del plurisecolare potere temporale del Papa e l’unione di Roma allo Stato unitario.

Il dimenticato indimenticabile

Sulla collina del Pincio a Roma, tra i busti che ricordano coloro che diedero lustro alla Patria (tra i numerosi busti anche quello di Raimondo Montecuccoli) c’è quello del Generale Pietro Roselli (1808 – 1885).

Romano di nascita, Pietro Roselli fu un ufficiale pontificio che combattè la Prima Guerra d’Indipendenza e successivamente aderì alla Repubblica Romana nel 1849, di cui divenne (col grado di Generale di Divisione) comandante dell’esercito repubblicano.

Impegnato insieme a Giuseppe Garibaldi (con cui si trovò in disaccordo sulla condotta delle operazioni) contro le truppe borboniche nella vittoriosa battaglia di Velletri il 19 maggio 1849 nonchè nella difesa di Roma, dopo la caduta della Repubblica Romana, per opera dell’esercito francese, riparò esule a Genova.

Arruolatosi nel 1859 nell’esercito della Lega dell’Italia centrale, poi assorbito dall’Armata Sarda e divenuto Esercito italiano nel 1861, partecipò alla conquista della Piazzaforte di Ancona nel 1860 di cui in seguito divenne comandante e ove poi si ritirò a vita privata fino alla morte avvenuta il 20 dicembre 1885.

Nel 1886 la città di Roma, per le sue benemerenze, ne reclamò le spoglie che vennero sepolte nell’area monumentale del cimitero del Verano dove tuttora si trovano.

Nel 1893 venne realizzato il busto che si trova al Pincio e che ricorda, insieme agli altri, i pochi (perlopiù dimenticati) che, con coraggio e dedizione, fecero tanto per tutti, anche per quelli che erano a loro contrari.

Strategia vincente

La spedizione militare piemontese in Crimea nell’ambito della guerra turco – russa per il controllo della penisola del mar Nero fu, notoriamente, una strategia vincente per il Regno di Sardegna guidato da Camillo Benso conte di Cavour. Permise, infatti, di porre successivamente la questione italiana sul tavolo delle potenze vincitrici (Francia, Gran Bretagna e Impero ottomano) nella fondata speranza di ricevere da quest’ultime un aiuto nella lotta per l’unità d’Italia.

Il corpo di spedizione piemontese si componeva di 18.000 uomini (inquadrati in 3 divisioni) al comando del Generale Alfonso La Marmora. Tra le truppe piemontesi erano presenti in gran numero i Bersaglieri.

Sbarcati nel maggio 1855, i piemontesi si posizionarono lungo il fiume Cernaja, all’estrema destra del dispositivo franco – turco – britannico che assediava Sebastopoli occupata dai russi.

Il 16 agosto i russi attaccarono le posizioni franco -piemontesi sul fiume: ne risultò una dura battaglia che vide vincitori i franco – piemontesi, che ebbero più di 350 tra morti e dispersi mentre le perdite russe assommarono a circa 4.000 uomini.

Alla battaglia prese parte anche il pittore- soldato Gerolamo Induno (1825 – 1890) che poì immortalò l’evento bellico in proprio quadro.

La guerra ebbe fine di fatto con la caduta di Sebastopoli il 12 settembre 1855 e nel maggio 1856 il corpo di spedizione piemontese (che aveva avuto più di 1.500 caduti, in maggioranza a causa del colera e della polmonite) fece ritorno in Patria.

Tra i morti per colera ci fu anche Alessandro La Marmora ( fratello di Alfonso) a cui si deve la fondazione dei Bersaglieri il 18 giugno 1836.

Un esercito da non scordare

Un esercito da ricordare è quello del Regno delle Due Sicilie che, di fatto, si sciolse il 20 marzo 1861 con la resa della fortezza di Civitella del Tronto in Abruzzo.

Nato nel 1734 con Carlo di Borbone (1716 -1788), visse la storia del Regno dei Borboni di Napoli fino alla sua annessione al neoproclamato Regno d’Italia il 17 marzo 1861 ad opera di Vittorio Emanuele II.

Dotato di armi e corpi di indiscusso pregio e forte numericamente (circa 70.000 uomini nel suo ultimo periodo), l’esercito del Regno delle Due Sicilie partecipò con onore alla Prima Guerra d’Indipendenza, combattendo con valore nella battaglia di Curtatone e Montanara il 29 maggio 1848 e nella difesa della Repubblica di Venezia nel 1849.

Formato da eccellenti quadri provenienti dal Real Collegio Militare (da cui discende direttamente l’attuale Scuola Militare “Nunziatella”) di Napoli, tra cui merita di essere ricordato senz’altro Guglielmo Pepe (1783 – 1855), l’esercito del Regno delle Due Sicilie subì un incomprensibile (per chi scrive) tracollo di fronte all’attacco combinato dei volontari di Giuseppe Garibaldi e all’ esercito sardo -piemontese nel fatale 1860.

Considerati all’inizio prigionieri di guerra, i suoi soldati (per l’esattezza, le ultime 4 classi di leva) vennero incorporati nell’esercito italiano o inviati a casa in licenza illimitata, richiamabili in caso di necessità (si temeva infatti una guerra con l’Austria e questi soldati erano considerati indispensabili). In seguito, ben due tra i primi 3 Capi di Stato Maggiore dell’Esercito italiano (Enrico Cosenz e Domenico Primerano) avevano iniziato la propria vita militare nell’esercito del Regno delle Due Sicilie.

Per chi voglia approfondire l’argomento sono consigliabili due testi:

  • Tommaso Argiolas, Storia dell’esercito borbonico, Napoli, ESI, 1970;
  • Giancarlo Boeri e Piero Crociani, L’esercito borbonico dal 1789 al 1861, 4 volumi, Roma, USSME, 1989 -1998

Le radici

Il 18 aprile 1659 il Duca di Savoia Carlo Emanuele II (1634 – 1675) levò la prima unità permanente dell’Armata sabauda: il Reggimento delle Guardie (o Reggimento di Guardia). Posto alle dirette dipendenze del Sovrano che assicurava particolari privilegi al personale, il Reggimento delle Guardie ebbe il primo posto nell’ordine di precedenza tra i Reggimenti sabaudi (tra questi anche il Reggimento di fanteria Aosta fondato nel 1690 ed ancora in vita come 5° Reggimento fanteria Aosta con sede a Messina).

Tale Reggimento nel tempo si è evoluto in Brigata Guardie, Brigata Granatieri Guardie fino all’odierna Brigata Granatieri di Sardegna. I Granatieri (dotati di spiccata prestanza fisica a ricordo della loro funzione originaria di lanciatori di granate) rappresentano la specialità militare più antica dell’Esercito italiano e a cui quest’ultimo fa risalire le proprie tradizioni.

Pochi sanno che il Generale Alessandro La Marmora (1799 – 1855), fondatore dei Bersaglieri nel 1836, era stato in precedenza Maggiore nel Reggimento Guardie.

L’ultimo cavaliere

Uno dei grandi condottieri italiani è stato Giovanni de’ Medici, meglio conosciuto col nome Giovanni Dalle Bande Nere (1498 – 1526), per via delle armature annerite portate dai propri soldati.

Un bel film dello scomparso regista Ermanno Olmi (1931 – 2018), “Il mestiere delle armi” uscito nel 2001, ne celebra le gesta, raccontando, con immagini di grande impatto visivo, i combattimenti che nel novembre 1526 contrapposero Giovanni Dalle Bande Nere (che combatteva per il Papa, lo zio Papa Clemente VII) al Generale imperiale Georg von Frundsberg (1473 -1528) nell’ambito delle cosiddette “guerre d’Italia”.

Durante una scaramuccia contro gli imperiali avvenuta il 26 novembre 1526 presso le antiche fornaci di Governolo (Mantova), Giovanni verrà gravemente ferito ad una gamba dal colpo di un falconetto (un cannoncino primitivo ma molto efficace) ceduto al Frundsberg (e rifiutato a Giovanni) dal Duca di Ferrara Alfonso I d’Este, contravvenendo così ai patti stabiliti col Papa di non offrire alcun ausilio alle truppe invasori di Carlo V. Alfonso d’Este lo farà per consentire il matrimonio di suo figlio Ercole con la figlia di Carlo V, la principessa Margherita.

È il predominio delle armi da fuoco che decide ormai le sorti della battaglia; di fronte a questa nuovo e micidiale (nonchè costoso) strumento di guerra nulla possono le antiche virtù militari impersonificate da Giovanni Dalle Bande Nere, di fatto l’ultimo cavaliere del tempo.

È anche il tempo in cui l’arte militare si fa scienza; testimone di ciò è la diffusione che ebbe tra i contemporanei il libro di Niccolò Machiavelli “Dell’arte della guerra”, primo trattato di strategia dell’epoca moderna (anche se scritto facendo riferimento all’esperienze belliche del passato).

Giovanni de’ Medici morirà di cancrena 4 giorni dopo, il 30 novembre 1526, a Mantova, divenendo così un mito immortale della storia delle armi italiane.

Una statua in suo onore troneggia oggi nel loggiato della Galleria degli Uffizi di Firenze dedicata ai grandi condottieri fiorentini (e italiani).