Carabinieri da eliminare

Il 7 ottobre ricorrono i 75 anni dalla deportazione in Germania dei Reali Carabinieri ad opera delle truppe occupanti tedesche. Un episodio poco noto, che costituisce un esempio tipico della fedeltà e del sacrificio, che anche un corpo di polizia militare come l’Arma dei Carabinieri ha espletato e continua ad espletare nei propri oltre due secoli di storia istituzionale. A ricordo di tale esperienza, inizio di quel lungo cammino, che ha riguardato centinaia di migliaia di Internati Militari Italiani (IMI), è uscito per i tipi delle Edizioni Chillemi il volume di Enrico Cursi “Carabinieri da eliminare”. Proponiamo qui la postfazione dello storico Giovanni Cecini, amico del nostro blog, che ci ha indicato l’importanza di questa ricorrenza storica.

Alla fine della presente narrazione, che ha sviluppato tutte le sfaccettature dell’azione dei militari dell’Arma contro l’arbitrio e la sopraffazione della Wehrmacht, sgorga nell’animo del lettore un grande senso di pietà e di riconoscenza. Nelle pagine del volume di Enrico Cursi, sembrano rivivere le intense iniziative del legittimo Comando Generale e delle dipendenti unità centrali o territoriali, volte tutte a mantenere il pieno controllo della delicata situazione, creatasi in quella calda estate 1943. L’arresto di Mussolini prima e la successiva uscita dalla guerra dell’Asse poi ebbero infatti come immediato effetto lo sbandamento psicologico di una Nazione, prima che quello materiale, dovuto anche alla pronta e calcolata reazione bellica tedesca.
I carabinieri, catapultati come tutti gli altri militari e il Paese intero alla prova dei fatti in un sostanziale quanto larvato ribaltamento d’alleanza, hanno preso sin da subito le armi e condotto uno scontro aperto contro l’aggressività germanica. Come non mai, nelle intense ore dell’8 e 9 settembre si confermò quell’esistenziale binomio funzionale, derivante dal doppio ruolo di arma combattente e di corpo di polizia, affidato sin dalla sua costituzione all’Arma dei Carabinieri. In ciò il Comando Generale (finché esso ebbe vita) poté contare sul valido supporto di ufficiali dall’alto profilo morale e professionale. Grazie ad essi i comandi territoriali hanno potuto reggere anche di fronte alle reiterate minacce tedesche, volte tutte a depotenziare con gradualità l’autorevolezza e la saldezza di spirito dei militari dell’Arma. Questo ultimo bieco proponimento non ebbe il risultato sperato. I carabinieri oggetto di narrazione, sia che fossero in servizio attivo permanente o richiamati, hanno dato invece un loro incorrotto e valido contributo alla salvaguardia dell’ordine pubblico e della continuità dello Stato. Emblematico il tortuoso salvataggio della bandiera di guerra dell’Arma. Tutto ciò avvenne nonostante la grande confusione, derivante dall’intempestiva proclamazione dell’armistizio, nonostante le repentine (e anzi spesso preventive) misure draconiane tedesche e infine nonostante l’abbandono della Capitale delle più alte cariche politiche e militari dello Stato legittimo.
L’ordine di disarmo, disposto dalle ricostituite istituzioni fasciste, divenne il momento delle scelte: accettare passivamente gli eventi o predisporre nel miglior modo un’azione ostruzionistica verso la prepotenza e l’arbitrio dei comandi germanici. Una volta chiusa l’esperienza di resistenza attiva contro i tedeschi e la seguente cessazione delle ostilità, siglata dalle residuali istituzioni monarchiche presenti nella Capitale, i carabinieri gestirono l’emergenza in modo composto e votato sempre alla salvaguardia della popolazione e dell’ordine pubblico. Creando un reticolo di collegamenti ufficiali od ufficiosi, le unità territoriali ebbero il grande coraggio di tenere testa all’ex alleato, sempre più galvanizzato dalla rapida occupazione di Roma, delle zone limitrofe e dalla liberazione di Mussolini.
Il successivo disarmo fu l’anticamera dell’eliminazione dei carabinieri, come ci indica il titolo del volume. Il preciso racconto della deportazione diventa quindi una struggente carrellata di testimonianza di quel che i carabinieri dovettero patire, ancor prima di essere costretti nei campi detentivi. Già sapendo che la destinazione sarebbe stata la Germania, il lettore è stato condotto lentamente e con un crescendo di commozione al seguito di quei poveretti, vessati da mille tribolazioni. Il lungo peregrinare, causato in tempo di guerra dalle difficili linee di comunicazione, si trasformò in un’anticipata agonia. Alcuni di loro, percorrendo in carri bestiame un percorso tortuoso e allucinante (durato ben 7 giorni!), che ha toccato tra l’altro Firenze, Bologna, Modena, Genova, Ventimiglia, Marsiglia, Lione e infine Monaco di Baviera, arrivarono stremati ancor prima di iniziare il loro inferno personale. Infatti solo allora in qualità di internati militari, ossia una finzione giuridica che toglieva agli italiani i diritti riconosciuti invece dalle convenzioni internazionali ai prigionieri di guerra, prendeva avvio la lunga marcia verso l’ignoto.
Insomma la narrazione ci ha offerto uno spaccato inedito, ma non per questo avulso dalla proverbiale missione di fedeltà, insita nell’istituzione dei Carabinieri. La scelta, di ritenere l’onore verso il giuramento prestato come massima direttrice delle proprie azioni, testimonia oggi come ieri l’esempio più concreto di come gli appartenenti alla Fedelissima esplichino il proprio servizio fino all’estremo sacrificio. Per molti dei carabinieri di quel settembre-ottobre 1943 significò la morte, per altri l’atroce destino nei campi di prigionia, per altri ancora la fuga verso un futuro di ulteriore lotta, questa volta in clandestinità. Se oggi viviamo in una Repubblica libera e democratica, lo dobbiamo anche a questo loro silenzioso sacrificio.

Giovanni Cecini

Annunci

Anelante a sè stesso

Un gradevole soggiorno estivo a Lucca mi ha portato alla scoperta del Monumento a Tito Strocchi, giovane lucchese protagonista (dimenticato come molti, ahimè!) del nostro Risorgimento tra le fila dei garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e a Mentana nel 1867 (nonchè a Digione contro i prussiani nel 1870 -’71).

Riporto qui di seguito un significativo estratto di un’opera biografica a lui dedicata che credo rappresenti al meglio il suo messaggio esistenziale ai posteri:

Mi abbrucia il desio di una vita nuova, varia, piene di emozioni. Anelo trovarmi nel fuoco della mischia e conoscere me stesso in mezzo ai pericoli. Questa vita che conduciamo e una vita da oche; a noi che arde il sangue dei vent’anni abbisogna una vita di avventure, io anelo provare una qualche emozione forte, sia pure quella della paura…

Io anelo poter dire un giorno, se vivrò, anch’io ho fatto qualche cosa per la patria mia, io non sono indegno dei miei genitori.

(da Enrico Del Carlo, Vita di Tito Strocchi 1846-1879 giornalista, mazziniano e garibaldino)

Anche Giosuè Carducci volle dedicare a Tito Strocchi un’ode, epigrafe del suo sepolcro nel cimitero di Lucca:

SE FORTEMENTE SENTIRE – È DA ROMANI – ONORATE, O CITTADINI, LA TOMBA – DI – TITO STROCCHI – MORTO A TRENTATRE ANNI – NOBILI COSE PENSÒ – DEGNE SCRISSE -COMBATTÈ VALOROSO – NEL TRENTINO, NELL’ AGRO ROMANO, A DIGIONE – NULLA CHIESE E NULLA EBBE NEL MONDO – SE NON TARDA PIETÀ “

Compagnie di Ventura

Le Compagnie di Ventura erano delle formazioni di mercenari (soldati che esercitavano per guadagno il mestiere delle armi) sorte in Italia (e poi diffuse in tutta Europa) che, guidate da un Condottiero, combattevano al soldo di un sovrano e/o di signori feudali nel periodo che va dal XIII al XV secolo.

Le Compagnie di Ventura, nate anche in relazione allo sviluppo economico del tempo, fecero senza dubbio progredire l’arte della guerra, ma contribuirono non poco alla decadenza del costume morale e politico, aumentando, alla fine, l’insicurezza e il disordine dell’epoca.

Un’importante Compagnia di Ventura fu quella di San Giorgio che operò dal 1339 al 1379 in tre diversi ordinamenti (1339, 1365 e 1377). L’ultimo ordinamento, promosso e condotto da Alberico da Barbiano (1349 – 1409) fu quello più celebre perchè comprendeva molti valorosi combattenti come Braccio da Montone (1368 – 1424) e Muzio Attendolo Sforza (1369 – 1424). La Compagnia di San Giorgio aveva una particolarità per il tempo: potevano farne parte solo combattenti italiani.

La Compagnia di San Giorgio (cui si rivolse anche Santa Caterina da Siena) aiutò il Papa Urbano VI nella lotta contro l’Antipapa Clemente VII sconfiggendo i bretoni nella battaglia di Marino del 30 aprile 1379. A seguito di questa vittoria, Urbano VI gli conferì uno stendardo bianco con la croce di San Giorgio in cui campeggiava il motto Liberata Italia ab exteris (l’ Italia liberata dagli stranieri) abbreviato.

In seguito, Alberico da Barbiano fu al servizio del Re di Napoli Carlo di Durazzo, del Signore di Milano Gian Galeazzo Visconti e del Papa Bonifacio IX.

Sull’argomento una lettura consigliabile è quello di Michael Mallet Signori e mercenari – La guerra nell’Italia del Rinascimento Il Mulino, Bologna, 2006.

Fortezza della libertà

A Livorno vi sono due fortezze: la Vecchia, prospiciente il porto, e la Nuova, più all’interno della città.

Nella fortezza Nuova, voluta dal Granduca di Toscana Ferdinando dei Medici per difendere la città verso nord e costruita dagli architetti Vincenzo Buonanni e Bernardo Buontalenti dal 1590 al 1605, si trova una lapide con i nomi dei numerosi caduti livornesi (90 ma alcune fonti arrivano a 800 considerando i fucilati dalla repressione austriaca successiva alla resa) negli scontri con gli austriaci del 10 e 11 maggio 1849.

Dopo la sconfitta piemontese di Novara (23 marzo 1849), quando la Toscana tornò sotto il dominio austriaco rappresentato dagli Asburgo – Lorena, i patrioti livornesi senza capi, senz’armi, senza munizioni, senza speranza di soccorso, si opposero al ritorno delle truppe austriache, combattendo valorosamente per la libertà della città sulle mura delle fortezze, nei quartieri e sul litorale, finendo poi per soccombere per l’insostenibile rapporto di forza favorevole al nemico.

Possano le imponenti mura della fortezza Nuova continuare a conservare la memoria di tanto valore e trasmetterne il ricordo ai numerosi, livornesi e non, che visitano questo gioiello di architettura militare.

L’amante della Repubblica

Nello Rosselli (1900 -1937) è stato uno storico, giornalista e antifascista ucciso in Francia, insieme al fratello Carlo, da esponenti dell’estrema destra francese.

Nei suoi studi storici, si occuppò a lungo della vita e dell’opera di Carlo Pisacane (1818- 1857), una delle figure più intrepide del nostro Risorgimento e fervente repubblicano.

A Carlo Pisacane, Nello Rosselli dedicò un bel libro (edito solo 40 anni dopo la sua morte) dalla cui introduzione ho tratto questi due significativi (nel loro richiamo all’attualità e limpido tratteggio del personaggio) passaggi:

“La personalità di Pisacane nella nostra storia politica è di quelle che disorientano per la loro
molteplicità. C’è da un verso il soldato colto e studioso che considera il risorgimento d’Italia quale un problema spiccatamente militare; c’è dall’altro lo scrittore che ne sottolinea le premesse e le inderogabili finalità di rivoluzione integrale. C’è il mazziniano puro di Sapri; il socialista e il nazionalista; l’aristocratico e il transfuga della sua classe sociale; l’uomo romantico e l’ammirator di
Cattaneo.
Io lo vedo in certo modo come uno specchio d’Italia nel suo tempo. In lui, per quanto non uomo di primissima linea nel Risorgimento, anzi proprio perché non lo fu né mai pretese d’esserlo, si riflettono infatti le varie esigenze, aspirazioni, impostazioni ideali del popolo italiano a mezzo il
secolo XIX. La sua vita inquieta le comprende e le esprime un po’ tutte; egli ha l’istinto immediato e sicuro della necessità di volta in volta prevalente, sa la falla che preme di chiudere, il silenzio che preme di rompere, il gesto che preme di fare.”/…/

“Guerriero e cospiratore, Pisacane ci ammonisce che il riscatto di un popolo dalla tirannia, dalla
servitú, dalla cronica fiacchezza politica, è anzitutto problema morale. Cospirazioni, sètte, rivolte, guerra, sta bene; ma hanno ad essere l’ultimo atto. Primo elemento della soluzione: indagare e chiarire perché mai questo popolo si lasciò rapire o rinnegò indipendenza e libertà. Secondo: crearsi e diffondere la coscienza della possibilità, e quindi della doverosità della risurrezione. Terzo: crearsi
e diffondere una visione chiara degli ostacoli da superare, delle resistenze da vincere, degli errori da
evitare, dei mezzi piú atti a sollecitare la risurrezione, e poi del senso da darle, e del come fondarla graniticamente.
Intorno a questi problemi appunto Pisacane studiò con ostinata passione, e chi legga i suoi libri
ha la sensazione d’un incessante frenetico inquieto perché? volto alla storia remota e recente d’Italia,
ai suoi geni, alle sue miserie, alle sue condizioni geografiche, economiche, ai suoi ordinamenti passati, ai costumi del suo popolo, all’Europa circostante. Perché cosí grande e libera l’Italia, e poi non piú che una inerte colonia di sfruttamento per le nazioni finitime? Perché cosí belligera e poi cosí imbelle e vigliacca? Perché tanta decadenza nei mezzi, nelle volontà, negli ingegni? Perché?
La risposta suona un inno di fede: l’Italia sta per rinascere a un alto destino; ma il problema del
come è gravissimo. Dar vita a una grande nazione è assunto da giganti; bisogna suscitare nei futuri
cittadini l’animo, il costume, la consapevolezza adatti ai compartecipi di tanta impresa. Studiare come viva lo Stato moderno, su quali forze si regga, quale ne sia l’ordinamento migliore, quali rapporti debbano correre tra la cittadinanza e il potere esecutivo, quali obiettivi concreti si debbano proporre alla nuova entità statale che si disegna.” /…/

(da Nello Rosselli – Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Einaudi, Torino 1977)

La giovinezza offerta

Il 29 maggio 1848 un battaglione di volontari toscani comprendenti studenti delle Università di Pisa e Siena, insieme a truppe regolari napoletane e toscane comandate dal Generale fiorentino Cesare De Laugier conte de Bellecour (1789 – 1871), affrontarono tra Curtatone e Montanara (Mantova) un assai più preponderante esercito austriaco in marcia per aggirare le forze piemontesi schierate di fronte alla fortezza di Peschiera.

Per più di 6 ore, i giovani studenti toscani affrontarono gli austriaci fermandoli il tempo necessario per permettere ai piemontesi di riorganizzarsi di fronte alla minaccia di aggiramento degli austriaci, sconfitti poi nella vittoriosa battaglia di Goito combattuta il 30 maggio 1848.

Molti giovani studenti morirono insieme ad altri (alla fine si ebbero 166 caduti italiani) sul campo di battaglia, offrendo la loro giovane vita sull’altare dell’unità e libertà d’Italia. I nomi di 26 caduti fiorentini sono oggi indicati su due targhe in bronzo poste a loro perenne memoria nella Basilica di Santa Croce a Firenze.

Il 29 maggio 1948, nel centenario della battaglia, il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola concesse alla bandiera del Battaglione Volontari Toscani (attualmente custodita nel Rettorato dell’Università di Pisa) la Medaglia d’oro al Valor militare, volendo così massimamente onorare non solo il loro sacrificio ma anche lo slancio ideale che generazioni di giovani italiani mostrarono, allora e dopo, nei momenti cruciali della storia d’Italia.

Victi Vivimus

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare si trova a Bari ed è stato inaugurato il 10 dicembre 1967.

Il Sacrario raccoglie le spoglie di 75.000 caduti (di cui 40.000 ignoti) italiani in terre straniere (in maggioranza penisola balcanica ma anche Africa orientale e settentrionale).

Al suo interno, conserva anche un interessante museo storico militare in cui sono raccolti importanti cimeli della Grande Guerra, Seconda Guerra Mondiale e delle campagne militari d’oltremare (Libia, Etiopia e Somalia).

Al tramonto di ogni giorno, nove rintocchi di una grande campana di bronzo, donata al Sacrario dalle associazioni combattentistiche e d’arma, ricordano a tutti il sacrificio dei caduti affinchè anche se vinti dalla morte essi possano comunque vivere nella memoria.

Nel Sacrario riposano anche i resti di 140 Ascari appartenenti alle truppe coloniali italiani.

Il Sacrario militare dei caduti d’oltremare dipende dal Commissariato Generale per le onoranze ai caduti (ONORCADUTI) del Ministero della Difesa.