Fedeli al cielo

A Torino, nella magnifica cornice dello splendido Palazzo Lascaris, è stato ieri presentato il libro Carabinieri Aviatori a Torino che merita indiscutibilmente di essere conosciuto.

Scritto e curato dal Maggiore dei Carabinieri Medaglia di Bronzo al valor militare Francesco Golini, già comandante del 1° Nucleo elicotteri Carabinieri di Volpiano (Torino), narra in modo approfondito e scorrevole (nonchè con un avvincente apparato iconografico) il contributo dell’Arma alla nascita e affermazione dell’aviazione militare italiana.

Di estremo interesse è l’ampia parte dedicata all’asso dell’aviazione della Grande Guerra Ernesto Cabruna (1889 -1960), ufficiale dell’Arma e medaglia d’oro al valor militare, appartenente al Battaglione aviatori del Regio Esercito, precursore dell’Aeronautica militare italiana (che verrà fondata poi nel 1923).

Il libro inoltre si sofferma sulla storia del 1° Nucleo elicotteri Carabinieri, tratteggiandone l’opera meritoria e determinante non solo nei confronti dell’attività operativa dei Carabinieri ma anche, e soprattutto, nei confronti delle popolazioni del Piemonte e Valle d’Aosta.

Il libro è scaricabile gratuitamente in formato pdf dal sito http://www.museoagusta.it

Un’ ultima annotazione di carattere personale che desidero condividere con i lettori di questo Blog: chi scrive nutre per l’autore una profonda ammirazione dalla quale, da sempre, traggono ispirazione molte scelte (e dunque fatti) della propria esistenza.

Questo libro costituisce un’ulteriore testimonianza delle virtù di un uomo che ha fatto di sè un costante e generoso esempio per gli altri di uomo libero, buon cittadino e valoroso soldato al servizio dello Stato.

Più alto e più oltre, amico mio!

Firenze garibaldina

A Firenze, come in quasi tutte le città d’Italia, esiste un monumento dedicato all'”Eroe dei due mondi” e “Padre del Risorgimento italiano” (insieme a Giuseppe Mazzini e Camillo Benso conte di Cavour). Si trova in Lungarno Amerigo Vespucci, accanto al palazzo che ospita il Consolato Generale degli Stati Uniti d’America.

Realizzato in bronzo nel 1890 dallo scultore Cesare Zocchi (1851-1922), è posato su di un alto basamento che riporta iscritti ai quattro lati i nomi delle città di Roma, Marsala, Montevideo e Digione (a ricordo delle imprese che fecero grande il nome di Giuseppe Garibaldi).

Uomo probo e coraggioso, Garibaldi ebbe sempre a cuore l’unione e la libertà dell’Italia ma anche di altri popoli oppressi in Europa e in Sud America.

Maggior Generale dell’esercito italiano, quest’ultimo oggi l’onora intitolando a Giuseppe Garibaldi la Brigata Bersaglieri che ha sede a Caserta.

Ci sono poi due targhe che ricordano i soggiorni fiorentini di Giuseppe Garibaldi: una si trova a via Panzani 17 sulla facciata della casa che l’ospitò il 22 ottobre 1867; l’altra si trova sul Palazzo Pitti Lorenzi di piazza Santa Maria Novella dal cui balcone Garibaldi tenne il discorso che preannunciò l’impresa di Mentana del 1867.

A Firenze infine, nella storica Torre della Castagna, si trova la sede forentina dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. L’interno della Torre ospita anche un piccolo museo garibaldino e una biblioteca specializzata in titoli dedicati all'”Eroe dei due mondi” e al Risorgimento.

La dinastia militare

La dinastia dei Savoia, che resse l’Italia dal 1861 al 1946, fu essenzialmente una dinastia militare nel senso che era formata da Re- Soldati che unirono l’agire politico a quello militare.

Non furono in questo un’eccezione rispetto alle altre monarchie del mondo, ma certo l’azione dei Savoia come comandanti militari fu significativa per la storia della dinastia e dell’Italia, nel bene come nel male.

Il più celebre condottiere di Casa Savoia fu Eugenio di Savoia – Soisson (1663 – 1736) che, pur non essendo un principe regnante, fu uno dei più grandi strateghi dell’età moderna, offrendo alla dinastia dei Savoia un prestigio militare immenso, per quanto Eugenio fosse al servizio dell’Imperatore asburgico e non dello Stato sabaudo.

Nell’età contemporanea, i Savoia furono tutti membri delle Forze Armate con i gradi più diversi. Il grado più elevato raggiunto da un membro della dinastia fu quello di Primo Maresciallo dell’Impero che Re Vittorio Emanuele III° (1869 – 1947), per Statuto Comandante Supremo delle Forze Armate regie, rivestì dal 1938, a seguito della sua proclamazione a Imperatore d’Etiopia.

L’ultimo Re d’Italia, Umberto II° (1904 – 1983), che frequentò la Scuola militare di Roma ma non le Accademie militari di Torino e Modena, rivestì il grado di Maresciallo d’Italia e fu l’ultimo dei Savoia a comandare reparti militari in operazioni: ebbe infatti il Comando del Gruppo di Armate (composta dalla 1^ Armata del Generale Pietro Pintor e dalla 4^ Armata del Generale Alfredo Guzzoni, in totale 312.000 tra ufficiali, sottufficiali e truppa) che partecipò alla battaglia delle Alpi occidentali (10-25 giugno 1940).

La storia militare di Casa Savoia s’intreccia inevitabilmente con la storia militare d’Italia, incarnandone le sconfitte e le vittorie e assumendone indiscutibilmente la responsabilità politica.

La duplice ricorrenza

Il 26 gennaio ricorre l’anniversario di due importanti battaglie combattute dall’esercito italiano: la battaglia di Dogali (1887) e quella di Nikolajewka (1943).

La battaglia di Dogali s’inquadra nella guerra d’Abissinia (antico nome dell’odierna Etiopia) del periodo 1885 -1896. Una colonna esplorativa verso l’interno del territorio abissino di circa 500 uomini al comando del Tenente Colonnello Medaglia d’oro al Valor militare Tommaso De Cristoforis verrà annientata da soverchianti forze abissine.

La Battaglia di Nikolajewka, svoltasi nell’ambito della Campagna di Russia (1941 – 1943) vedrà protagonisti gli alpini della Divisione “Tridentina” comandata dal Generale (anch’egli Medaglia d’oro al Valor militare) Luigi Reverberi (ritratto nell’immagine) che, allo stremo delle forze ma con uno slancio irrefrenabile (celeberrima è l’incitazione del Generale Reverberi ai suoi alpini “Tridentina, avanti!”), porterà alla rottura dell’accerchiamento russo dell’Armata italiana in Russia (ARMIR), consentendo così la ritirata della superstiti e stremate forze italiane. Il tributo pagato dalla “Tridentina” al proprio coraggio fu elevato (circa 3.000 tra morti e feriti) ma garantì la salvezza della vita di migliaia altri soldati italiani. Per inciso, durante la battaglia cadde anche il Generale Giulio Martinat, Capo di Stato Maggiore del Corpo d’Armata alpino, che, imbracciato un fucile, si pose alla testa di un gruppo di alpini del Battaglione “Edolo”e attaccò le posizioni russe. Per il suo valore a Nikolajewka il Generale Martinat venne decorato di Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.

Non mi soffermo tanto sullo svolgimento delle battaglie quanto sul valore dei comandanti e soldati che le combatterono affinché il ricordo del loro sacrificio ispiri, nel cuore di ciascuno, ora e sempre, l’assolvimento del proprio dovere con umiltà ma senza dimenticare la determinazione e il coraggio che questi fatti d’arme testimoniano.

Anche a questo serve la storia militare.

Il primo esercito unito

Con la fine della Seconda Guerra d’Indipendenza nel luglio 1859 e la conseguente vittoria franco-piemontese contro le truppe austriache, oltre all’acquisizione della Lombardia da parte del Regno di Sardegna, vennero meno le dinastie filoasburgiche che reggevano i Ducati di Modena e Parma nonché il Granducato di Toscana.

Contestualmente al dissolvimento di questi Stati, nacque, per volontà dei governi provvisori di Firenze, Modena e Parma posti sotto la tutela del Re di Sardegna  Vittorio Emanuele II°, l’esercito della Lega dell’Italia Centrale il cui comando fu affidato al Generale (emiliano d’origine) Manfredo Fanti (1806 – 1865).

L’esercito della Lega, equipaggiato, ordinato e armato dall’Armata Sarda, si componeva di circa 50.000 uomini inquadrati in 10 Brigate di fanteria, 11 Battaglioni bersaglieri, 4 Reggimenti di cavalleria (leggera e pesante), 2 Reggimenti di artiglieria e 1 reggimento del genio.

Nel marzo 1860, dopo i plebisciti di annessione della Toscana e dell’Emilia, l’esercito della Lega confluì nell’Armata Sarda che venne rinominata Regio Esercito.

Dopo la fusione con l’esercito della Lega, il neocostituito Regio Esercito (che aveva nel Re d’Italia Vittorio Emanuele II° il suo Capo supremo) contava circa 187.000 uomini inquadrati su 5 Corpi d’Armata, 13 Divisioni  e 2 Brigate autonome (denominate “Savoia” e “Cacciatori delle Alpi”).

Il 4 maggio 1861, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, il Regio Esercito assumerà quindi il nome di Esercito italiano (per poi tornare a chiamarsi Regio Esercito Italiano nel 1884).

E vincer bisogna

Per chi scrive, le tradizioni militari italiane, fatta eccezione per l’esperienza storica delle legioni romane (che peró si puó ben dire appartengano alla storia militare dell’intero Occidente), risalgono alla battaglia di Legnano combattuta vittoriosamente il 29 maggio 1176 dagli italiani della Lega Lombarda contro l’Imperatore Federico Barbarossa.

Fu la prima volta che gli italiani misero in campo un esercito regolare che combatté contro altre forze convezionali straniere. Vincendo.

A Legnano si confrontarono due modelli di esercito ben distinti tra loro per origine: feudale quello di Federico Barbarossa, imperniato su fanti e cavalieri di professione al servizio dell’imperatore; comunale quello della Lega Lombarda formato da cittadini che nel costituirsi in esercito vedevano legittimato il proprio ruolo politico e, in ultimo, garantivano la libertà delle proprie città.

Senza scendere nei dettagli della feroce battaglia, mi preme qui sottolineare il grande e importante retaggio storico che la battaglia di Legnano costituisce ancora oggi per l’Italia e ha costituito fino a pochi anni fà per il suo esercito.

Anzitutto, la battaglia di Legnano è ricordata nel nostro inno nazionale nella strofa “…dall’Alpi alla Sicilia dovunque è Legnano” a significare l’unità combattiva degli italiani, specie di fronte ad un invasore.

Dal 1934 al 1996 poi, il nome glorioso di Legnano veniva portato da una Grande Unità dell’esercito italiano che seppe combattere con onore nella seconda guerra mondiale e, sopratutto, nella guerra di liberazione dove, nella dura lotta, si distinse il Gruppo da combattimento “Legnano”. Questa Grande Unità aveva come simbolo il “Soldato di Legnano”, opera scultorea della fine del XIX° secolo che ancora oggi troneggia nella cittadina lombarda.

A proposito della battaglia di Legnano, il grande poeta Giosué Carducci compose un poema in cui veniva declamato il verso E VINCER BISOGNA assunto poi come motto della disciolta Brigata meccanizzata Legnano.

Mai tale esortazione fu così adatta come in questi tempi.

L’esercito dell’antica Roma

L’esercito di Roma era formato dai cittadini romani iscritti alle centurie, fatta eccezione dei proletari e degli artigiani. Il servizio militare era obbligatorio per tutti i cittadini di età compresa tra i 17 e i 60 anni. Il servizio poteva durare anche 10 anni, a seconda delle necessità di guerra. In epoca repubblicana, l’esercito era sottoposto ai supremi magistrati della Repubblica ossia i due Consoli (quest’ultimi erano politici e non militari). In epoca imperiale, l’Imperatore era il capo supremo dell’esercito.

Con l’allargamento della zona d’influenza di Roma nel II° secolo a.C., l’esercito si aprì all’arruolamento dei proletari che vedevano nel servizio militare una possibilità di lavoro e di promozione sociale. L’esercito divenne quindi sempre più professionale e potente, fine a divenire uno “Stato nello Stato” con una grande influenza nelle vicende politiche di Roma.

L’unità principale dell’esercito di Roma era la Legione il cui elemento base era la Centuria composta da 100 soldati; due Centurie formavano un Manipolo e tre Manipoli una Coorte. Ogni Legione era formata da 10 Coorti (quindi 30 Manipoli e 60 Centurie) per un totale di 3.000 soldati.  La Legione disponeva poi di un’unità di Cavalleria, divisa in 10 Squadroni di 30 cavalieri ciascuno (quindi 300 cavalieri) con compiti di difesa dei fianchi dello schieramento e perlustrazione.

Le Legioni in battaglia si schieravano in profondità su tre linee: la prima era composta dai legionari più giovani (Astati), la seconda dai più esperti (Principi) e la terza dai i più anziani (Triarii).

Un reparto speciale era quello costituito dai Véliti che, armati di giavellotto, provocavano il combattimento con il nemico per poi ritirarsi dietro la Legione schierata.

La Legione sarà per molti secoli il più formidabile strumento di guerra dell’antichità e garantirà l’espansione e la difesa della Repubblica prima e dell’Impero romano poi.