Moda militare

Nella magnifica Armeria (nella cosiddetta Sala Verde che un tempo ospitava le guardie di Galeazzo Maria Sforza, Duca di Milano dal 1466 al 1476) del Castello Sforzesco di Milano, si possono ammirare splendide armature di epoca rinascimentale così come armi bianche e da fuoco del periodo XIV – XIX secolo.

Nel Cinquecento le armature iniziarono ad imitare le forme degli abiti civili diventando sempre più oggetti da indossare in occasione di cerimonie e parate: queste armature erano tanto più raffinate quanto più elevato era il rango di chi le indossava.

L’estetica ebbe la meglio sulla funzionalità: armature sbalzate, cesellate, dorate e argentate riflettevano anche nel mondo militare la moda e il gusto del tempo, aggiungendo così un alto valore ad un manufatto più artistico che bellico.

A riprova di quanto sopra, l’immagine d’apertura ritrae uno splendido “Corsaletto” con elmo, opera di un artista dal nome Maestro del Castello.

Testimoni del tempo

Dal Col. Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo bel Post sulla storia dei Martiri di Otranto che merita di essere conosciuta.

La storia, quando viene raccontata per episodi, sembra un concatenamento di casi fortuiti. Ma se si considerasse la storia totale, nella maniera piu’ ampia possibile, si potrebbe tentare di trovare la sua legge. Non ci si limiterebbe a narrarla: la si potrebbe dedurre. Questo principio vale, ovviamente, per le analisi e le valutazioni di tutti gli eventi, anche quelli contemporanei.

Che cosa si potrebbe dedurre se si considerasse che Maometto II aveva conquistato Costantinopoli nel 1453 (si veda https://storiaesoldati.wordpress.com/2022/05/28/la-regina-delle-artiglierie/) , a 21 anni, e da quel giorno si era dato anche il titolo “Qayser-i Rum” (Cesare di Roma) e già nel 1454 l’Ambasciatore veneziano Niccolò Sagundino aveva riferito al re di Napoli, Alfonso “il Magnanimo”, le intenzioni di Maometto II di conquistare l’Italia ,e Roma in particolare, e che dal 1475 il grido di guerra delle truppe ottomane è “Rum! Rum!” (Roma! Roma!)?

Ricordiamo ancora che gli Ottomani continuavano ad espandersi e occupare gran parte dei Balcani. Nel 1478, superate le resistenze dei discendenti di Scanderbeg (si veda https://storiaesoldati.wordpress.com/2022/01/11/il-difensore-impavido/) , occupano l’intera Albania.

Intanto la Repubblica Veneziana, aveva lentamente perso il vasto impero marittimo senza ricevere sostegno dalla monarchie d’Italia o d’Europa. Tuttavia voleva continuare a commerciare e quindi era disposta a scendere a patti con gli Ottomani che addirittura le proponevano di fornire supporto militare per l’occupazione di parte del Sud Italia.

Papa Pio II, impossibilitato a promuovere una crociata, pensava di convincere Maometto II a farsi battezzare. Intanto gli Ottomani firmavano la pace con la Valacchia e la Moldavia per potersi focalizzare verso l’Italia.

Ma soprattutto le rivalità e invidie nella penisola erano ben note al sultano e la Congiura dei Pazzi, 26 aprile 1478, portava a contrapposizioni durevoli in Italia.

Infine nel 1479 circolavano insistentemente voci dell’ammassamento di forze e navi in Albania.

L’Albania è il punto più vicino all’Italia e il mare Adriatico, sebbene possa rappresentare un ostacolo naturale, è allo stesso tempo una via veloce e facile per approdare in Italia.

Cosa puo’ fare a questo punto Maometto II, che intanto si e’ aggiunto l’appellativo di “Fatih” (il “Conquistatore”)?

Attraversare l’Adriatico e iniziare la conquista dell’Italia.

Infatti, il 28 luglio 15000 Ottomani guidati da  Ahmet Pascià, Sangiacco (governatore) del distretto di Valona, già gran visir e gia’ comandante delle forze ottomane di terra e di mare, sbarcavano, da 130 navi, a Nord di Otranto in quella che prenderà il nome di Baia dei Turchi.

Trasportavano anche cavalli, artiglierie e munizioni. C’erano pure i Giannizzeri, l’elite dell’esercito turco, e i Sipahi, la cavalleria pesante ottomana.

Iniziava il breve assedio della citta’ di Otranto, difesa dal Capitano Francesco Zurlo con pochi uomini e armi.

Iniziando con l’uccisione dell’ambasciatore ottomano e di prigionieri impalati, i combattimenti e la presa della citta furono caratterizzati da reciproche atrocita’ che raggiungono la massima crudelta’ l’11 agosto, con la strage in cattedrale del vescovo Stefano Pendinelli e di tutti i civili che li si erano rifugiati, e ancora il 14 agosto, sul Colle della Minerva con la decapitazione di oltre 800 Idruntini.

Malgrado l’occupazione della citta’ e le orribili violenze e profanazioni, probabilmente per attuare un terrorismo psicologico finalizzato a facilitare la resa di altre citta’, questo forte segnale espansionistico degli Ottomani non rappresenta un campanello di allarme per gli stati della Penisola.

Unicamente la morte del sultano, nel settembre del 1481, e i connessi problemi di successione al trono costringera’ la guarnigione Ottomana, che era stata fiaccata solo dalla peste, ad abbandonare l’Italia senza essere mai stata sconfitta.

Solo grazie a questa “divina provvidenza” Roma e l’Italia evitano di diventare un distretto del gia’ enorme Impero Ottomano. Otranto restera’ la conquista piu’ ad occidente realizzata da truppe Ottomane.

Gli Ottomani cambieranno il focus verso l’Ungheria, la Persia e l’Egitto diventando sempre più potenti nel Mediterraneo Orientale

Oggi le ossa degli 800 martiri Idruntini, poveri cristiani massacrati e vittime di interessi di altri, sono esposte presso la Cappella dei Martiri realizzata all’interno della Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Otranto. Nel 2013 gli 800 martiri sono stati canonizzati da Papa Francesco.

La foresta del silenzio

A Monaco di Baviera, nel Waldfriedhof (cimitero della foresta), si trova un luogo della memoria italiano immerso nel silenzio e nel verde.

Il cimitero militare italiano (uno dei quattro che si trovano in Germania; gli altri sono ad Amburgo, Berlino e Francoforte sul Meno) raccoglie, in un’area di circa 35.000 mq, le spoglie di 1.790 caduti nella Grande Guerra e 1.459 morti nel 2° conflitto mondiale: si tratta di prigionieri, internati e deportati italiani nelle regioni meridionali della Germania che non rividero più la Patria, oggi rappresentata dal Tricolore che garrisce al vento.

Tutte le tombe sono individuali e sono indicate da un cippo alla sommità del quale una targa di bronzo indica il nominativo della salma e la data di morte. Per i corpi non identificati, la targa riporta semplicemente il termine “ignoto”.

Il cimitero militare italiano di Waldfriedhof, che rientra nelle competenze del Ministero della Difesa – Commissariato Generale per le onoranze ai caduti, è sorvegliato dal Consolato Generale d’Italia di Monaco di Baviera e si presenta curato ed in ordine: un’espressione di rispetto e riconoscenza per le innocenti vittime di tragedie più grandi di loro.

La morte dell’eroe

Con questo articolo inizia la collaborazione con Storia&Soldati del Sottotenente Dr. Paolo Formiconi, giovane ufficiale e valente storico militare. È un vero piacere e un privilegio unico pubblicarlo.

Buona Festa della Repubblica a tutti, in particolare a coloro che leggono Storia&Soldati!

Garibaldi iniziò a star male all’inizio dell’estate. Ovvero più male del solito. La sua salute non era buona fin dal tempo del Sudamerica, reumatismi, artrite, bronchite cronica, mal di denti. Per fortuna aveva un cuore forte. Leniva i dolori coi Sali d’oro e seguiva una dieta sana, ma si ostinava a prendere bagni di acqua fredda, micidiali per i suoi reumi. Solo all’ultimo accettò di intiepidirla. Calda mai, non sarebbe stato da uomo. Quando l’artrite lo bloccava, si spostava per la casa in una carrozzella, e a quello scopo aveva fatto sostituire le scale da avveniristiche rampe inclinate. Le sue condizioni peggiorarono alla vigilia del suo settantacinquesimo compleanno, che sarebbe caduto il 4 luglio 1882. Il 1° giugno ebbe un accesso febbrile e dovette mettersi a letto. Respirava a fatica e si chiamò subito il medico di una nave alla fonda a Caprera, il Cariddi. Quest’ultimo diagnosticò un grave problema respiratorio. Vennero chiamati i figli lontani e anche il medico di fiducia, quel dottor Albanese di Palermo che gli aveva estratta la pallottola dal piede vent’anni prima. Avvisato, costui si mise in viaggio subito, ma non ci fu tempo. Il pomeriggio del 2 giugno fu chiaro che il l’Eroe era agli ultimi passi. Probabilmente anche lui lo capì, perché chiese di vedere il giovane figlio Manlio, che giaceva, anche lui ammalato, in una stanza vicina. Non fu possibile per via del pericolo di contagio, e allora il Generale stette in silenzio osservando a lungo il mare fuori la finestra. Nella stanza, dove tutta la sua piccola tribù era riunita, nessuno osava parlare mentre il sole si abbassava e le ombre invadevano la stanza. “Sudo”, disse ad un tratto toccandosi la fronte, poi si assopì. Non si risvegliò, e il mondo apprese la sera stessa la sua morte. Erano le 18.22 del 2 giugno 1882.

Abu Tabela

Non solo militari britannici, tedeschi e francesi furono scelti a condurre eserciti stranieri. Come abbiamo già scritto su questo Blog, anche diversi soldati italiani (Gian Battista Rubino Ventura, Gerolamo Emilio Gerini) si ricoprirono di gloria al comando di truppe straniere.

Alla schiera si aggiunge oggi il Generale Paolo Avitabile (1791 – 1850), ufficiale dell’esercito del Regno delle Due Sicilie che divenne famoso in Oriente quale comandante (col nome leggendario, ai giorni nostri ancora ricordato in quei territori, di Abu Tabela) delle truppe del Maharaja Ranjit Singh fondatore dell’impero Sikh.

Governatore della città di Peshawar e fondatore della città di Wazirabad (entrambe nell’odierno Pakistan), fu richiesto dai britannici durante la prima guerra anglo- afghana (1839 -1842) cui offrì un apporto fondamentale.

Originario di Agerola (nella provincia di Napoli, sui Monti Lattari) vi fece ritorno alla fine della carriera militare per morirvi nel 1850.

È sepolto nella chiesa cinquecentesca di San Martino Vescovo nella frazione Campora di Agerola.

Il servizio di Leva in Italia

Il servizio militare di leva in Italia è durato fino al 1° gennaio 2005 e gli ultimi cittadini (maschi) chiamati ad assolverlo sono stati quelli della classe di leva del 1985 ossia i cittadini nati fino al 31.12.1985. Attualmente il servizio di leva (previsto dall’art. 52 della Costituzione) è sospeso (ma non abolito) per effetto della Legge n. 226 del 23 agosto 2004: ciò significa che in ogni momento, per legge, potrebbe essere reintrodotto.

Centrali per le operazioni connesse al servizio di leva erano i 34 Consigli di Leva distribuiti su tutto il territorio nazionale.

I consigli di leva accertavano l’idoneità al servizio militare dei cittadini iscritti nelle liste verificate dagli Uffici di leva. Si riunivano in locali messi a disposizione dai Comuni. Contro le loro decisioni era possibile rivolgersi al Ministero della Difesa (entro 90 giorni). I Consigli di leva erano incaricati di pubblicare in tutti i Comuni compresi nel territorio della propria giurisdizione, attraverso gli Uffici di leva e i Comuni stessi, il manifesto, firmato dal presidente del Consiglio di leva, con il quale si ordinava la leva e si indicavano il luogo, il giorno e l’ora di riunione per le varie operazioni. I Consigli di leva procedevano alla verifica della liste di leva dei vari Comuni e le aggiornavano con eventuali ulteriori iscrizioni o cancellazioni. Eventuali iscritti risultati non idonei al servizio militare erano inseriti in appositi elenchi approvati con decreto del Presidente della Repubblica, con la specifica delle imperfezioni e le infermità che determinavano la non idoneità al servizio militare. Gli iscritti risultati temporaneamente non idonei erano rinviati e considerati rivedibili, alla successiva leva, e poi eventualmente riformati. I Consigli di leva rilasciavano, ad ogni iscritto riformato o rimandato quale rivedibile, la dichiarazione di riforma o quella di rivedibilità; inoltre dichiaravano renitenti gli iscritti che non si presentavano alla visita per l’arruolamento. Al momento dell’arruolamento venivano compilati due fogli originali matricolari per ogni soldato, il primo originale era custodito nella sezione matricola del Corpo di appartenenza, il secondo originale dal reparto a cui il militare era assegnato. Al momento del congedo i due fogli matricolari erano restituiti al Distretto di leva dell’interessato. I Consigli fornivano ai distretti militare i dati necessari per preparare i ruoli matricolari.

I consigli erano formati da un presidente, due periti “selettori attitudinali” (un ufficiale dell’Esercito in servizio permanente, di grado non inferiore a capitano e un ufficiale medico), un segretario (commissario di leva o ufficiale dell’Esercito).
Le attività dei Consigli di leva sono cessate dal 1° gennaio 2005, in attuazione della Legge 226/2004 e successivo Decreto Ministeriale del 20 settembre 2004, in base ai quali l’ultima chiamata alle armi era prevista per il 31 dicembre 2004 mentre l’ultima chiamata alla visita di leva per gli appartenenti alle classi 1985 e precedenti al 30 settembre 2004.

Per approfondire l’argomento si consiglia, come testo fondamentale, la “Storia del Servizio Militare in Italia” di Virgilio Ilari edito in 5 volumi negli anni ’90 dalla Rivista Militare per il Centro Militari Studi Strategici (CeMiSS).

Consigliere o comandante?

Il Corpo Volontari della Libertà venne costituito il 19 giugno 1944 dalle forze politiche dell’Italia occupata al fine di garantire una direzione tecnico militare alla lotta partigiana e di rappresentare il movimento della resistenza di fronte agli alleati e al governo monarchico.

Nell’agosto del 1944 veniva paracadutato oltre le linee avversarie nel nord il Generale Raffaele Cadorna (1889 -1973) il cui ruolo però all’inizio non fu definito: per il governo italiano e per gli alleati Cadorna era il comandante effettivo delle formazioni partigiane, per i rappresentanti politici dell’antifascismo il ruolo di Cadorna doveva limitarsi a quello di consigliere militare.

Si arrivò quindi alla fine di novembre 1944 quando finalmente i partiti, spinti dalla fermezza degli alleati, accettarono il pieno comando del Generale Raffaele Cadorna su tutte le formazioni partigiane costituenti il Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.) ma pretesero di controbilanciare il suo potere con la nomina di vicecomandanti espressioni delle diverse correnti politiche. A lui dunque si affiancarono Ferruccio Parri (Pd’A) Luigi Longo (PCI), Sandro Pertini (poi sostituito da Giovanni Battista Stucchi- PSIUP), Enrico Mattei (DC) e Mario Argenton (PLI).

Teniamoci la nostra libertà ed educhiamo i figli al rispetto di coloro che hanno sacrificato tutto per guadagnarla. (Enrico Gasparini)

Una fervida mente

Dal Col. Vincenzo Stella riceviamo e volentieri pubblichiamo questo bell’articolo sul Generale Alfonso Ferrero della Marmora, uno dei grandi protagonisti della nostra storia nazionale, caratterizzato da una spiccata intelligenza politica e da una profonda esperienza militare, poste entrambe al servizio dello Stato.

L’8 aprile 1831 a Venaria Reale nascono le Batterie a Cavallo.
La proposta fu avanzata dal giovane luogotenente d’Artiglieria Alfonso Ferrero della Marmora del quale oggi cerco di sintetizzare l’impegno e la dedizione profusa nei ruoli, militare, diplomatico e politico, per la realizzazione dell’Unità d’Italia.

Nato a Torino il 18 novembre 1804, studia nell’Accademia Militare di Torino dal 1816 al 1823. Nominato Luogotenente nella Brigata Reale di Artiglieria si forma nello stabilimento militare dell’Artiglieria di Venaria Reale.

In occasione di un viaggio in Prussia, nel 1830, ha modo di apprezzare l’organizzazione dell’esercito e di proporre miglioramenti per l’artiglieria dell’Esercito Sardo. Nel rapporto con il quale presenta le proposte scrive: ”Basta aver veduto le evoluzioni dell’Artiglieria a Cavallo, dopo aver osservato le Artiglierie leggere per essere prontamente convinti che quella è la vera e l’unica Artiglieria leggera, della quale le batterie ultime organizzate non sono che copie imperfette, che faranno vani sforzi per starle a fronte nella celerità e durata dei movimenti, nel vero impiego, cioè, dell’Artiglieria leggera”.

Il primo comandante delle Batterie a Cavallo è Vincenzo Morelli di Popolo e La Marmora ricopre l’incarico di Aiutante Maggiore.

Nel 1844 è al seguito dell’Esercito francese impegnato in Algeria. Lascia le Batterie a Cavallo nel 1845. Nel 1848 partecipa alla I guerra d’Indipendenza al comando di una Brigata di Artiglieria e, per il comportamento tenuto, viene decorato con una Medaglia d’Argento al Valor Militare

Nello stesso anno viene nominato Ministro della Guerra e della Marina e promosso Generale.

L’anno successivo viene eletto Deputato. Sarà confermato in tale ruolo fino al 1876.

Nel 1849, nuovamente nominato Ministro della Guerra e della Marina, lavora, fino al 1860, alla riorganizzazione dell’Esercito Sardo che comincia ad assorbire le unità dei Ducati e Granducati annessi.

Nel 1855 viene nominato Comandante in Capo del Corpo di Spedizione Sardo in Oriente (Crimea). Rientrato trionfante nel 1856, la Camera approva una legge per donargli 50 are di terreno.

Partecipa, al seguito del Re, alla II Guerra d’Indipendenza e nel 1859 e a seguito delle dimissioni di Cavour, amareggiato per l’umiliazione di ricevere la Lombardia dalla Francia e non direttamente dall’Austria, viene nominato Presidente del Consiglio dei Ministri. Incarico dal quale si dimette l’anno successivo. Diventa Comandante del Dipartimento Militare di Milano prima e, nel 1861, di Napoli, da poco annessa al Regno d’Italia, contemporaneamente alla carica di Prefetto della stessa città fino al 1863. Nell’affrontare il brigantaggio e la camorra propone anche misure per migliorare il funzionamento della pubblica amministrazione.

Nel 1863, dopo aver trattato con Napoleone III la “questione romana” e a seguito delle dimissioni del Governo in carica viene nuovamente nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, assumendo anche le cariche di Ministro degli Affari Esteri e Ministro della Marina.

Trasferisce la capitale a Firenze, tiene rapporti con lo Stato Pontificio e stringe alleanza con la Prussia in funzione antiaustriaca.

Nel 1866, allo scoppio della III Guerra d’Indipendenza lascia l’incarico di Presidente del Consiglio  per diventare Ministro presso il Re e successivamente Capo di Stato Maggiore generale dell’Esercito.

A seguito dei fatti di Custoza si dimette da tutti gli incarichi e inizia una serie di “ingiustizie e ingratitudini” che lo portano a rinunciare, nel 1867 dopo la spedizione garibaldina nello Stato Pontificio, all’incarico di formare un nuovo Governo. Tuttavia negozia con Napoleone III la sospensione dell’invio di una flotta francese a Civitavecchia ed evita il peggioramento della situazione.

Nel 1870 Vittorio Emanuele II lo nomina Luogotenente generale per la città di Roma e province con il compito di pacificare la città e organizzarne l’amministrazione. Resterà nell’incarico fino all’anno successivo.

Scrive alcuni volumi relativi alle materie di cui si era occupato. Cito soltanto “Un po’ più di luce sugli eventi politici e militari dell’anno 1866” edito nel 1873. Il volume difende il suo operato diplomatico e militare che era stato oggetto di numerose critiche. Per difendersi utilizza documenti riservati.

Muore a Firenze il 5 gennaio 1878.

 

Svizzeri al Sud

È appena stato pubblicato il primo volume di “Il Rosso & l’Oro”, appartenente alla collana “Quaderni Angioini” edita e coordinata dall’autore, Massimo Fiorentino. La collana intende sviluppare in quattro volumi la storia e l’analisi delle uniformi, dell’equipaggiamento e dell’armamento delle unità svizzere al servizio del Regno delle Due Sicilie, nell’arco che va dal 1825 al 1861. Il primo volume affronta il primo decennio di vita dei reparti, dal 1825 al 1835.

la Divisione Svizzera fu una parte essenziale, sul piano ordinamentale e tattico, del Reale Esercito del Regno delle Due Sicilie. Creata nel quadro della riorganizzazione delle truppe borboniche dopo il disastro del 1821 e la conseguente occupazione austriaca, le unità svizzere, in quanto corpo di “élite”, divennero uno dei cardini delle riforme attuate da Ferdinando II di Borbone, dapprima come Comandante Generale dell’Esercito (1827-1830), e poi come sovrano, (1830-1859). Il loro discioglimento, amaro frutto dell’«ammutinamento delle bandiere” della notte del 7 luglio 1859 (« Fahnenmeuterei » o « Affaire des drapeaux »), assurse a segnale strategico del declino militare napoletano; così come la morte di Ferdinando II, appena 45 giorni prima, ne era stato il preludio politico. Creata per sostenere il rinnovato esercito delle Due Sicilie, la Divisione Svizzera, dopo aver giocato un ruolo decisivo negli avvenimenti del 1848 e 1849, ne anticipava, con la sua dissoluzione, la fine.

Il soggetto delle Capitolazioni con le quali le unità vennero reclutate conduce l’autore anche ad interrogarsi sulla natura di queste truppe troppo spesse liquidate, sulla scia della propaganda unitaria, mazziniana e liberale, quali “mercenari”. In realtà le “Capitolazioni” con il Regno delle Due Sicilie furono trattati internazionali stipulati tra la Corona napoletana ed i Cantoni, con l’approvazione della Dieta Federale, che consentivano il reclutamento di tali unità. In cambio i due contraenti s’impegnavano a facilitare anche operazioni di commercio. Emerge, quindi, sottile e delicata, la distinzione tra il servizio estero dei soldati e cittadini svizzeri; ed il mercenariato privato. Distinzione che sembrava chiara, almeno sino alla conclusione, nel 1847, della « Guerra del Sonderbund » in Svizzera, ed al rivolgimento costituzionale elvetico del 1848.

 

Raccontare la Storia

E’ uscito recentemente un nuovo libro del Generale Paolo Mearini – “Base Condor a Chatila – 1982- 1984. Storie di soldati italiani dal Libano in guerra”, Betti Editrice, Siena, ottobre 2021 – che ho seguito passo, passo durante la fase di stesura.

Lo segnalo quindi a ragion veduta in questo momento di acuito interesse per le implicazioni militari della geopolitica, quando è in pieno svolgimento il dramma dell’invasione russa dell’Ucraina. Nell’estate di quaranta anni fa, in Libano un’invasione israeliana era giunta fino a Beirut. Se la resistenza armata dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (l’OLP di Arafat) era stata debellata, restavano insanate e insanabili le tensioni dell’annosa lotta politica fra le comunità confessionali libanesi che si scaricavano in scontri armati fra le milizie ed atrocità contro la popolazione. Un massacro di palestinesi nel campo profughi di Chatila, che provocò migliaia di vittime innocenti, fu l’occasione per l’invio di una consistente forza multinazionale di pacificazione. Accanto agli americani ed ai francesi c’erano per la prima volta dalla costituzione della Repubblica gli italiani. La missione durò diciasette mesi. L’autore ne fu l’amministratore a stretto contatto col comandante del contingente, il generale Franco Angioni. Una sequenza di episodi racconta in modo semplice, diretto, emozionale, coinvolgente e talvolta anche divertente la storia del contingente; descrive cosa trovarono e come se la cavarono i nostri soldati vivendo fra i campi dei profughi palestinesi e le sterminate baraccopoli del sottoproletariato sciita in uno scenario miserabile, alieno, incombente di minacce.

I nostri militari si comportarono bene e ne uscirono a testa alta, ma sotto i profili politici e militari i risultati furono inferiori alle aspettative. La missione internazionale, non per sua colpa, o almeno non per colpa degli italiani lasciò sul terreno la stessa situazione, se non peggiore, di quella che aveva trovato arrivando. Il contingente italiano non subì attacchi con perdite tanto gravi come quelle degli americani e dei francesi. La spiegazione accolta dall’ufficialità fu che il contingente italiano si era integrato meglio con la popolazione locale. Mi piacerebbe, come ritengo piacerebbe agli studiosi degli aspetti militari della geopolitica, approfondire tale tematica in una storia che potrebbe “mutatis mutandis” addirittura richiamarsi al precedente intervento dei bersaglieri di Lamarmora in Crimea che accrebbe il peso internazionale del Piemonte e favorì, in prospettiva, l’unificazione italiana.

Un libro di cui consiglio assolutamente la lettura!