Le furie rosse

Il Corpo Volontari Italiani è stato una componente volontaria e pluriarma (fanteria, artiglieria, genio ecc..) dell’Esercito italiano, comandata dal Generale Giuseppe Garibaldi (1807 -1882) e operante in Trentino nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza nel 1866 (durante la quale Garibaldi telegrafò il 9 agosto il celeberrimo “Obbedisco” in risposta al Generale Alfonso La Marmora che gli aveva ordinato di arrestare la sua avanzata verso Trento).

Il Corpo raggiunse una consistenza di circa 40.000 uomini (tra cui anche alcuni cittadini stranieri) e si coprì di gloria in molte battaglie, tra cui la celeberrima battaglia di Bezzecca del 21 luglio 1866 in cui gli avversari austriaci vennero sconfitti da una controffensiva dei garibaldini.

Alla fine della campagna militare, le perdite garibaldine assommarono a 2549 unità tra caduti, feriti, dispersi e prigionieri. Il Corpo Volontari Italiano venne sciolto con Regio Decreto del 25 agosto 1866 in seguito all’armistizio italo – austriaco che pose fine alle ostilità.

Tra i volontari garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza vi era anche il futuro Generale Oreste Baratieri (1841 – 1901), già partecipante alla “Spedizione dei Mille” in Sicilia nel 1860, che fu “camicia rossa” per 6 anni, raggiungendo il grado di Capitano e venendo decorato di Medaglia d’argento al valor militare.

Per chi volesse approfondire il vasto e interessante tema dei garibaldini è senz’altro consigliabile il bel libro di Eva Cecchinato Camicie rosse. I garibaldini dall’unità alla Grande Guerra. (Laterza, Bari – Roma, 2011).

L’Italia s’è fatta!

La presa di Roma da parte delle truppe italiane il 20 settembre 1870 concluse simbolicamente l’unificazione dell’Italia. Vi si arrivò attraverso un intreccio di passioni e cautele, di delicate tattiche diplomatiche e di congiunture favorevoli che produssero la fulminea campagna che dal 12 al 20 settembre portò alla conquista del Lazio e dell’Urbe. Il recente libro edito da Il Mulino e scritto da Hubert Heyères, storico militare francese tra i massimi esperti del nostro Risorgimento, analizza a uno a uno questi piani, mettendo però al centro (grande novità rispetto ai numerosi studi precedenti) una dettagliata cronaca del fatto militare, della sua preparazione, del suo procedere città dopo città. Un’ accurata narrazione che porta il lettore fino alla famosa breccia aperta dall’artiglieria nelle mura di fianco a Porta Pia e all’ingresso a Roma, il mattino del 20, del IV Corpo dell’Esercito italiano al comando del Generale Raffaele Cadorna (senior). Tutto questo avveniva mentre sulle mura e sulla cupola di San Pietro veniva issata, per volere di Pio IX e nonostante la volontà di resistenza del Generale Hermann Kanzler comandante delle truppe pontificie, la bandiera bianca che segnava la fine del plurisecolare potere temporale del Papa e l’unione di Roma allo Stato unitario.

Il dimenticato indimenticabile

Sulla collina del Pincio a Roma, tra i busti che ricordano coloro che diedero lustro alla Patria (tra i numerosi busti anche quello di Raimondo Montecuccoli) c’è quello del Generale Pietro Roselli (1808 – 1885).

Romano di nascita, Pietro Roselli fu un ufficiale pontificio che combattè la Prima Guerra d’Indipendenza e successivamente aderì alla Repubblica Romana nel 1849, di cui divenne (col grado di Generale di Divisione) comandante dell’esercito repubblicano.

Impegnato insieme a Giuseppe Garibaldi (con cui si trovò in disaccordo sulla condotta delle operazioni) contro le truppe borboniche nella vittoriosa battaglia di Velletri il 19 maggio 1849 nonchè nella difesa di Roma, dopo la caduta della Repubblica Romana, per opera dell’esercito francese, riparò esule a Genova.

Arruolatosi nel 1859 nell’esercito della Lega dell’Italia centrale, poi assorbito dall’Armata Sarda e divenuto Esercito italiano nel 1861, partecipò alla conquista della Piazzaforte di Ancona nel 1860 di cui in seguito divenne comandante e ove poi si ritirò a vita privata fino alla morte avvenuta il 20 dicembre 1885.

Nel 1886 la città di Roma, per le sue benemerenze, ne reclamò le spoglie che vennero sepolte nell’area monumentale del cimitero del Verano dove tuttora si trovano.

Nel 1893 venne realizzato il busto che si trova al Pincio e che ricorda, insieme agli altri, i pochi (perlopiù dimenticati) che, con coraggio e dedizione, fecero tanto per tutti, anche per quelli che erano a loro contrari.

Strategia vincente

La spedizione militare piemontese in Crimea nell’ambito della guerra turco – russa per il controllo della penisola del mar Nero fu, notoriamente, una strategia vincente per il Regno di Sardegna guidato da Camillo Benso conte di Cavour. Permise, infatti, di porre successivamente la questione italiana sul tavolo delle potenze vincitrici (Francia, Gran Bretagna e Impero ottomano) nella fondata speranza di ricevere da quest’ultime un aiuto nella lotta per l’unità d’Italia.

Il corpo di spedizione piemontese si componeva di 18.000 uomini (inquadrati in 3 divisioni) al comando del Generale Alfonso La Marmora. Tra le truppe piemontesi erano presenti in gran numero i Bersaglieri.

Sbarcati nel maggio 1855, i piemontesi si posizionarono lungo il fiume Cernaja, all’estrema destra del dispositivo franco – turco – britannico che assediava Sebastopoli occupata dai russi.

Il 16 agosto i russi attaccarono le posizioni franco -piemontesi sul fiume: ne risultò una dura battaglia che vide vincitori i franco – piemontesi, che ebbero più di 350 tra morti e dispersi mentre le perdite russe assommarono a circa 4.000 uomini.

Alla battaglia prese parte anche il pittore- soldato Gerolamo Induno (1825 – 1890) che poì immortalò l’evento bellico in proprio quadro.

La guerra ebbe fine di fatto con la caduta di Sebastopoli il 12 settembre 1855 e nel maggio 1856 il corpo di spedizione piemontese (che aveva avuto più di 1.500 caduti, in maggioranza a causa del colera e della polmonite) fece ritorno in Patria.

Tra i morti per colera ci fu anche Alessandro La Marmora ( fratello di Alfonso) a cui si deve la fondazione dei Bersaglieri il 18 giugno 1836.

Un esercito da non scordare

Un esercito da ricordare è quello del Regno delle Due Sicilie che, di fatto, si sciolse il 20 marzo 1861 con la resa della fortezza di Civitella del Tronto in Abruzzo.

Nato nel 1734 con Carlo di Borbone (1716 -1788), visse la storia del Regno dei Borboni di Napoli fino alla sua annessione al neoproclamato Regno d’Italia il 17 marzo 1861 ad opera di Vittorio Emanuele II.

Dotato di armi e corpi di indiscusso pregio e forte numericamente (circa 70.000 uomini nel suo ultimo periodo), l’esercito del Regno delle Due Sicilie partecipò con onore alla Prima Guerra d’Indipendenza, combattendo con valore nella battaglia di Curtatone e Montanara il 29 maggio 1848 e nella difesa della Repubblica di Venezia nel 1849.

Formato da eccellenti quadri provenienti dal Real Collegio Militare (da cui discende direttamente l’attuale Scuola Militare “Nunziatella”) di Napoli, tra cui merita di essere ricordato senz’altro Guglielmo Pepe (1783 – 1855), l’esercito del Regno delle Due Sicilie subì un incomprensibile (per chi scrive) tracollo di fronte all’attacco combinato dei volontari di Giuseppe Garibaldi e all’ esercito sardo -piemontese nel fatale 1860.

Considerati all’inizio prigionieri di guerra, i suoi soldati (per l’esattezza, le ultime 4 classi di leva) vennero incorporati nell’esercito italiano o inviati a casa in licenza illimitata, richiamabili in caso di necessità (si temeva infatti una guerra con l’Austria e questi soldati erano considerati indispensabili). In seguito, ben due tra i primi 3 Capi di Stato Maggiore dell’Esercito italiano (Enrico Cosenz e Domenico Primerano) avevano iniziato la propria vita militare nell’esercito del Regno delle Due Sicilie.

Per chi voglia approfondire l’argomento sono consigliabili due testi:

  • Tommaso Argiolas, Storia dell’esercito borbonico, Napoli, ESI, 1970;
  • Giancarlo Boeri e Piero Crociani, L’esercito borbonico dal 1789 al 1861, 4 volumi, Roma, USSME, 1989 -1998

Le radici

Il 18 aprile 1659 il Duca di Savoia Carlo Emanuele II (1634 – 1675) levò la prima unità permanente dell’Armata sabauda: il Reggimento delle Guardie (o Reggimento di Guardia). Posto alle dirette dipendenze del Sovrano che assicurava particolari privilegi al personale, il Reggimento delle Guardie ebbe il primo posto nell’ordine di precedenza tra i Reggimenti sabaudi (tra questi anche il Reggimento di fanteria Aosta fondato nel 1690 ed ancora in vita come 5° Reggimento fanteria Aosta con sede a Messina).

Tale Reggimento nel tempo si è evoluto in Brigata Guardie, Brigata Granatieri Guardie fino all’odierna Brigata Granatieri di Sardegna. I Granatieri (dotati di spiccata prestanza fisica a ricordo della loro funzione originaria di lanciatori di granate) rappresentano la specialità militare più antica dell’Esercito italiano e a cui quest’ultimo fa risalire le proprie tradizioni.

Pochi sanno che il Generale Alessandro La Marmora (1799 – 1855), fondatore dei Bersaglieri nel 1836, era stato in precedenza Maggiore nel Reggimento Guardie.

L’ultimo cavaliere

Uno dei grandi condottieri italiani è stato Giovanni de’ Medici, meglio conosciuto col nome Giovanni Dalle Bande Nere (1498 – 1526), per via delle armature annerite portate dai propri soldati.

Un bel film dello scomparso regista Ermanno Olmi (1931 – 2018), “Il mestiere delle armi” uscito nel 2001, ne celebra le gesta, raccontando, con immagini di grande impatto visivo, i combattimenti che nel novembre 1526 contrapposero Giovanni Dalle Bande Nere (che combatteva per il Papa, lo zio Papa Clemente VII) al Generale imperiale Georg von Frundsberg (1473 -1528) nell’ambito delle cosiddette “guerre d’Italia”.

Durante una scaramuccia contro gli imperiali avvenuta il 26 novembre 1526 presso le antiche fornaci di Governolo (Mantova), Giovanni verrà gravemente ferito ad una gamba dal colpo di un falconetto (un cannoncino primitivo ma molto efficace) ceduto al Frundsberg (e rifiutato a Giovanni) dal Duca di Ferrara Alfonso I d’Este, contravvenendo così ai patti stabiliti col Papa di non offrire alcun ausilio alle truppe invasori di Carlo V. Alfonso d’Este lo farà per consentire il matrimonio di suo figlio Ercole con la figlia di Carlo V, la principessa Margherita.

È il predominio delle armi da fuoco che decide ormai le sorti della battaglia; di fronte a questa nuovo e micidiale (nonchè costoso) strumento di guerra nulla possono le antiche virtù militari impersonificate da Giovanni Dalle Bande Nere, di fatto l’ultimo cavaliere del tempo.

È anche il tempo in cui l’arte militare si fa scienza; testimone di ciò è la diffusione che ebbe tra i contemporanei il libro di Niccolò Machiavelli “Dell’arte della guerra”, primo trattato di strategia dell’epoca moderna (anche se scritto facendo riferimento all’esperienze belliche del passato).

Giovanni de’ Medici morirà di cancrena 4 giorni dopo, il 30 novembre 1526, a Mantova, divenendo così un mito immortale della storia delle armi italiane.

Una statua in suo onore troneggia oggi nel loggiato della Galleria degli Uffizi di Firenze dedicata ai grandi condottieri fiorentini (e italiani).

La Guardia dei cittadini

La Guardia Nazionale italiana nasce nel 1861 (all’indomani della costituzione dello Stato unitario) come corpo armato volontario ad emulazione della Guardia Nazionale francese costituitasi dopo la rivoluzione del 1789.

Nel periodo della sua esistenza (1861 – 1876), venne impiegata sia sul territorio nazionale che in concorso all’Esercito nella III Guerra d’indipendenza. La sua consistenza nel tempo arrivò a toccare ben 220 Battaglioni.

La sostanziale conclusione del Risorgimento, l’introduzione del servizio militare obbligatorio e la cosiddetta Riforma Riccotti dell’Esercito ne determinarono l’inutilità e, dunque, lo scioglimento.

Ciononostante, l’esperienza storica della Guardia Nazionale italiana resta un concreto esempio del cittadino -soldato che testimoniava, con il servizio, quel dovere di difesa collettiva che contraddistingue ancora oggi l’appartenenza agli Stati moderni basati sul sistema democratico.

Il filosofo e giurista Gian Domenico Romagnosi (1761 -1835) considerava la Guardia Nazionale 《il terzo corpo scelto di milizia avente lo scopo di difendere i cittadini contro i nemici interni, e sì per sussidiare le armate contro i nemici esterni》(Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, Filadelfia, 1815, p.149). Gli altri due corpi erano le Legioni e l’Esercito.

Il testamento

Prima di partire per la famosa impresa di Sapri dove troverà la morte il 2 luglio 1857 insieme a gran parte dei circa 300 suoi compagni, il grande rivoluzionario del Risorgimento Carlo Pisacane scrisse (24 giugno 1857) il proprio testamento politico in cui, tra l’altro, spiegava le ragioni della spedizione.

Da questo importante documento, storico e personale, trascrivo la parte finale che trovo particolarmente significativa per la forte idealità che esprime:

“… Ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici, che mi hanno recato il loro concorso ed hanno diviso i battiti del mio cuore e le mie speranze: che se il nostro sacrifizio non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa l’aver prodotto dei figli che vollero immolarsi al suo avvenire.”

Che aggiungere?

Piero Pieri (1893 – 1979) è stato indubbiamente il più grande storico militare italiano del XX secolo (oltre che combattente della Grande Guerra, decorato di medaglia d’argento e di bronzo al valor militare).

Nella sua lunga carriera, Pieri ha rivoluzionato la disciplina, dando impulso alla ricerca e allo studio della storia militare non solo come “Storia delle battaglie” bensì come materia interdisciplinare, osservando le relazioni tra la storia militare e le problematiche generali e trasversali dei tempi che l’esprimevano. Dunque uno studio serio della storia militare non poteva (e non può) prescindere dallo studio della storia politica o economica o della relazioni internazionali del periodo di riferimento.

Recentemente il quotidiano Il Giornale ha pubblicato questo straordinario articolo di Pieri sulla storia militare del Risorgimento da condividere senz’altro con i lettori di questo Blog.

La resurrezione spirituale italiana che prende il nome di Risorgimento, iniziatasi nel secolo XVIII entro il grande movimento d’idee d’Europa e passata dietro il decisivo impulso della Rivoluzione francese attraverso le grandi esperienze politiche del periodo repubblicano e napoleonico, portò al compimento dell’unità italiana attraverso una serie di cospirazioni, d’insurrezioni e di guerre. In esse gl’Italiani mostrarono le loro virtù e anche le loro manchevolezze: l’Italia non ha avuto infatti una lunga insurrezione perseguita con ferrea tenacia per anni e anni come quella delle colonie inglesi d’America, o della Spagna contro Napoleone, o della Grecia contro l’Impero ottomano; e neppure grandi guerre vittoriose come la Prussia contro l’Austria e contro la Francia. Ad onta di ciò, le guerre italiane vantano episodi gloriosi, e le diverse e ripetute insurrezioni rappresentano la manifestazione più luminosa dell’eroismo e della capacità di sacrificio del popolo italiano. La stessa serie dei piccoli tentativi falliti e pur sempre rinnovati rivela il non venire mai meno di giovani di disperata volontà d’azione e d’indomita tenacia. Tutta questa attività è inoltre accompagnata e seguita da un movimento di pensiero e da una letteratura di carattere politico veramente notevole; non solo, ma anche da una trattazione teorica (fin qui troppo obliata o non saputa abbastanza valutare) di carattere militare nel più ampio senso, volta cioè a studiare le caratteristiche e le esigenze della guerra regolare, ma soprattutto il problema d’utilizzare le grandi forze vive della nazione, sia con gli eserciti di riservisti, sia con l’apporto delle guardie nazionali, sia infine con la grande insurrezione popolare e la guerra di bande; e a porre di fronte guerra regolare e guerra insurrezionale. Ché, se era difficile per i patrioti evocare il demone della rivoluzione e richiamare e indirizzare le forze occulte dell’intera nazione, sarebbe poi divenuto oltremodo arduo anche per i capi degli eserciti regolari calcolare in termini strategici il valore e le incognite dell’azione insurrezionale e, se avversari, far fronte a un nemico tanto nuovo e diverso. (…)

Guerra e insurrezione, infatti, sono pur sempre la manifestazione di forza attraverso la quale si attuano tanto spesso le maggiori conquiste della civiltà umana; e non vanno considerate soltanto (purché non si tratti di forme primordiali o degenerative) come manifestazione di forza bruta, bensì come il portato d’energie spirituali, affermazione di necessità politiche e sociali, capacità d’affrontare fatiche e pericoli, e spesso manifestazioni grandiose di spirito d’abnegazione. La guerra, infatti non è soltanto la politica continuata con altri mezzi, vale a dire la politica estera che sostituisce all’azione diplomatica la più rude azione degli eserciti; ma, come il Clausewitz lucidamente intuì, essa è l’espressione, quanto più volge verso la sua naturale forma, dello sforzo di tutto il Paese, d’ogni sua attività convogliata verso la grande lotta e l’alta meta. E la storia militare affonda le sue radici nella struttura economica, sociale e politica di uno Stato, e può essere un utile e forse necessario complemento alla storia politica. Milizia e guerra non sono però un epifenomeno dell’economia, né il loro studio una branca della sociologia o della politica: economia, politica e guerra sono simultanee manifestazioni di un unico più profondo processo.

Gli svolgimenti politici infatti modificano i sistemi di reclutamento e il progresso tecnico favorisce la riunione di masse e il loro spostamento, e fornisce armi sempre più perfezionate. Ma è pur sempre l’intelligenza dell’uomo di guerra che sceglie quanto il progresso tecnico gli offre per adattarlo ai suoi scopi, e a volte ne sollecita o provoca i perfezionamenti; e strategia e tattica, ossia movimento di masse e combattimento, non costituiscono solo un problema tecnico, di numero, di spazio, di tempo, ma sono nella loro intima sostanza arte, ossia intuito; ché l’azione di guerra è azione di uomini, che hanno passioni e desideri, coraggio e timore, necessità fisiche e morali; e, come disse e ripeté il Clausewitz, la guerra è solcata continuamente e in ogni senso da motivi di carattere morale, sui quali il calcolo matematico non può applicarsi. Per questo la storia militare ha un campo suo, che non è per nulla soltanto tecnico, e richiede, come ogni altra disciplina, preparazione e attitudine.

Uno studio delle vicende militari italiane nel secolo XIX, intese in questo modo, potrà aiutare a comprendere sempre meglio gli elementi di vita che l’Italia, divisa e lacera dopo tre secoli di servitù, conservava pur sempre in sé, e al tempo stesso le deficienze di educazione e preparazione politica e di sviluppo sociale che inceppavano fatalmente e limitavano gli sforzi dei patrioti. E da vari anni ero portato a indagare il carattere delle nostre rivoluzioni e le deficienze delle nostre guerre; e a studiare i nostri teorici, come tentassero di risolvere gli ardui problemi che loro si presentavano, quale fosse l’intrinseco valore del loro pensiero. Diversi miei successivi lavori sulle guerre del Risorgimento lo mostravano, come pure i saggi sulle opere dei nostri teorici della guerra e della rivoluzione, saggi che facevano seguito a miei precedenti studi su Orso degli Orsini, Diomede Carafa, sul Machiavelli, sul Montecuccoli e su Giuseppe Palmieri. Mi giunse perciò assai gradito l’invito dell’Editore Einaudi a continuare il lavoro e a presentarlo in forma sintetica in un’opera che abbracciasse le guerre e le insurrezioni del Risorgimento e il correlativo svolgimento del pensiero militare italiano. Cosi che si avesse un’esposizione critica della condotta di guerra e delle lotte insurrezionali, viste nel quadro dell’ambiente economico-sociale e politico. Guerre e insurrezioni, vale a dire lotte armate, continuo problema di forza e d’intelligenza direttiva. Non ho inteso perciò occuparmi delle rivoluzioni pacifiche, come quelle dell’Italia centrale del 1859; né dell’intera serie dei piccoli tentativi falliti; e neppure delle lotte che non rientravano nell’obiettivo della libertà e della cacciata dello straniero, come il brigantaggio, forma di protesta dei contadini meridionali per la mancata soluzione del loro eterno problema.

La storia del Risorgimento italiano è da oltre 50 anni oggetto di revisione; non sarà male che si riveda anche il lato guerresco, fuori della frequente rappresentazione oleografica.