La Guardia dei cittadini

La Guardia Nazionale italiana nasce nel 1861 (all’indomani della costituzione dello Stato unitario) come corpo armato volontario ad emulazione della Guardia Nazionale francese costituitasi dopo la rivoluzione del 1789.

Nel periodo della sua esistenza (1861 – 1876), venne impiegata sia sul territorio nazionale che in concorso all’Esercito nella III Guerra d’indipendenza. La sua consistenza nel tempo arrivò a toccare ben 220 Battaglioni.

La sostanziale conclusione del Risorgimento, l’introduzione del servizio militare obbligatorio e la cosiddetta Riforma Riccotti dell’Esercito ne determinarono l’inutilità e, dunque, lo scioglimento.

Ciononostante, l’esperienza storica della Guardia Nazionale italiana resta un concreto esempio del cittadino -soldato che testimoniava, con il servizio, quel dovere di difesa collettiva che contraddistingue ancora oggi l’appartenenza agli Stati moderni basati sul sistema democratico.

Il filosofo e giurista Gian Domenico Romagnosi (1761 -1835) considerava la Guardia Nazionale 《il terzo corpo scelto di milizia avente lo scopo di difendere i cittadini contro i nemici interni, e sì per sussidiare le armate contro i nemici esterni》(Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, Filadelfia, 1815, p.149). Gli altri due corpi erano le Legioni e l’Esercito.

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Il testamento

Prima di partire per la famosa impresa di Sapri dove troverà la morte il 2 luglio 1857 insieme a gran parte dei circa 300 suoi compagni, il grande rivoluzionario del Risorgimento Carlo Pisacane scrisse (24 giugno 1857) il proprio testamento politico in cui, tra l’altro, spiegava le ragioni della spedizione.

Da questo importante documento, storico e personale, trascrivo la parte finale che trovo particolarmente significativa per la forte idealità che esprime:

“… Ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici, che mi hanno recato il loro concorso ed hanno diviso i battiti del mio cuore e le mie speranze: che se il nostro sacrifizio non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa l’aver prodotto dei figli che vollero immolarsi al suo avvenire.”

Che aggiungere?

Piero Pieri (1893 – 1979) è stato indubbiamente il più grande storico militare italiano del XX secolo (oltre che combattente della Grande Guerra, decorato di medaglia d’argento e di bronzo al valor militare).

Nella sua lunga carriera, Pieri ha rivoluzionato la disciplina, dando impulso alla ricerca e allo studio della storia militare non solo come “Storia delle battaglie” bensì come materia interdisciplinare, osservando le relazioni tra la storia militare e le problematiche generali e trasversali dei tempi che l’esprimevano. Dunque uno studio serio della storia militare non poteva (e non può) prescindere dallo studio della storia politica o economica o della relazioni internazionali del periodo di riferimento.

Recentemente il quotidiano Il Giornale ha pubblicato questo straordinario articolo di Pieri sulla storia militare del Risorgimento da condividere senz’altro con i lettori di questo Blog.

La resurrezione spirituale italiana che prende il nome di Risorgimento, iniziatasi nel secolo XVIII entro il grande movimento d’idee d’Europa e passata dietro il decisivo impulso della Rivoluzione francese attraverso le grandi esperienze politiche del periodo repubblicano e napoleonico, portò al compimento dell’unità italiana attraverso una serie di cospirazioni, d’insurrezioni e di guerre. In esse gl’Italiani mostrarono le loro virtù e anche le loro manchevolezze: l’Italia non ha avuto infatti una lunga insurrezione perseguita con ferrea tenacia per anni e anni come quella delle colonie inglesi d’America, o della Spagna contro Napoleone, o della Grecia contro l’Impero ottomano; e neppure grandi guerre vittoriose come la Prussia contro l’Austria e contro la Francia. Ad onta di ciò, le guerre italiane vantano episodi gloriosi, e le diverse e ripetute insurrezioni rappresentano la manifestazione più luminosa dell’eroismo e della capacità di sacrificio del popolo italiano. La stessa serie dei piccoli tentativi falliti e pur sempre rinnovati rivela il non venire mai meno di giovani di disperata volontà d’azione e d’indomita tenacia. Tutta questa attività è inoltre accompagnata e seguita da un movimento di pensiero e da una letteratura di carattere politico veramente notevole; non solo, ma anche da una trattazione teorica (fin qui troppo obliata o non saputa abbastanza valutare) di carattere militare nel più ampio senso, volta cioè a studiare le caratteristiche e le esigenze della guerra regolare, ma soprattutto il problema d’utilizzare le grandi forze vive della nazione, sia con gli eserciti di riservisti, sia con l’apporto delle guardie nazionali, sia infine con la grande insurrezione popolare e la guerra di bande; e a porre di fronte guerra regolare e guerra insurrezionale. Ché, se era difficile per i patrioti evocare il demone della rivoluzione e richiamare e indirizzare le forze occulte dell’intera nazione, sarebbe poi divenuto oltremodo arduo anche per i capi degli eserciti regolari calcolare in termini strategici il valore e le incognite dell’azione insurrezionale e, se avversari, far fronte a un nemico tanto nuovo e diverso. (…)

Guerra e insurrezione, infatti, sono pur sempre la manifestazione di forza attraverso la quale si attuano tanto spesso le maggiori conquiste della civiltà umana; e non vanno considerate soltanto (purché non si tratti di forme primordiali o degenerative) come manifestazione di forza bruta, bensì come il portato d’energie spirituali, affermazione di necessità politiche e sociali, capacità d’affrontare fatiche e pericoli, e spesso manifestazioni grandiose di spirito d’abnegazione. La guerra, infatti non è soltanto la politica continuata con altri mezzi, vale a dire la politica estera che sostituisce all’azione diplomatica la più rude azione degli eserciti; ma, come il Clausewitz lucidamente intuì, essa è l’espressione, quanto più volge verso la sua naturale forma, dello sforzo di tutto il Paese, d’ogni sua attività convogliata verso la grande lotta e l’alta meta. E la storia militare affonda le sue radici nella struttura economica, sociale e politica di uno Stato, e può essere un utile e forse necessario complemento alla storia politica. Milizia e guerra non sono però un epifenomeno dell’economia, né il loro studio una branca della sociologia o della politica: economia, politica e guerra sono simultanee manifestazioni di un unico più profondo processo.

Gli svolgimenti politici infatti modificano i sistemi di reclutamento e il progresso tecnico favorisce la riunione di masse e il loro spostamento, e fornisce armi sempre più perfezionate. Ma è pur sempre l’intelligenza dell’uomo di guerra che sceglie quanto il progresso tecnico gli offre per adattarlo ai suoi scopi, e a volte ne sollecita o provoca i perfezionamenti; e strategia e tattica, ossia movimento di masse e combattimento, non costituiscono solo un problema tecnico, di numero, di spazio, di tempo, ma sono nella loro intima sostanza arte, ossia intuito; ché l’azione di guerra è azione di uomini, che hanno passioni e desideri, coraggio e timore, necessità fisiche e morali; e, come disse e ripeté il Clausewitz, la guerra è solcata continuamente e in ogni senso da motivi di carattere morale, sui quali il calcolo matematico non può applicarsi. Per questo la storia militare ha un campo suo, che non è per nulla soltanto tecnico, e richiede, come ogni altra disciplina, preparazione e attitudine.

Uno studio delle vicende militari italiane nel secolo XIX, intese in questo modo, potrà aiutare a comprendere sempre meglio gli elementi di vita che l’Italia, divisa e lacera dopo tre secoli di servitù, conservava pur sempre in sé, e al tempo stesso le deficienze di educazione e preparazione politica e di sviluppo sociale che inceppavano fatalmente e limitavano gli sforzi dei patrioti. E da vari anni ero portato a indagare il carattere delle nostre rivoluzioni e le deficienze delle nostre guerre; e a studiare i nostri teorici, come tentassero di risolvere gli ardui problemi che loro si presentavano, quale fosse l’intrinseco valore del loro pensiero. Diversi miei successivi lavori sulle guerre del Risorgimento lo mostravano, come pure i saggi sulle opere dei nostri teorici della guerra e della rivoluzione, saggi che facevano seguito a miei precedenti studi su Orso degli Orsini, Diomede Carafa, sul Machiavelli, sul Montecuccoli e su Giuseppe Palmieri. Mi giunse perciò assai gradito l’invito dell’Editore Einaudi a continuare il lavoro e a presentarlo in forma sintetica in un’opera che abbracciasse le guerre e le insurrezioni del Risorgimento e il correlativo svolgimento del pensiero militare italiano. Cosi che si avesse un’esposizione critica della condotta di guerra e delle lotte insurrezionali, viste nel quadro dell’ambiente economico-sociale e politico. Guerre e insurrezioni, vale a dire lotte armate, continuo problema di forza e d’intelligenza direttiva. Non ho inteso perciò occuparmi delle rivoluzioni pacifiche, come quelle dell’Italia centrale del 1859; né dell’intera serie dei piccoli tentativi falliti; e neppure delle lotte che non rientravano nell’obiettivo della libertà e della cacciata dello straniero, come il brigantaggio, forma di protesta dei contadini meridionali per la mancata soluzione del loro eterno problema.

La storia del Risorgimento italiano è da oltre 50 anni oggetto di revisione; non sarà male che si riveda anche il lato guerresco, fuori della frequente rappresentazione oleografica.

Carabinieri da eliminare

Il 7 ottobre ricorrono i 75 anni dalla deportazione in Germania dei Reali Carabinieri ad opera delle truppe occupanti tedesche. Un episodio poco noto, che costituisce un esempio tipico della fedeltà e del sacrificio, che anche un corpo di polizia militare come l’Arma dei Carabinieri ha espletato e continua ad espletare nei propri oltre due secoli di storia istituzionale. A ricordo di tale esperienza, inizio di quel lungo cammino, che ha riguardato centinaia di migliaia di Internati Militari Italiani (IMI), è uscito per i tipi delle Edizioni Chillemi il volume di Enrico Cursi “Carabinieri da eliminare”. Proponiamo qui la postfazione dello storico Giovanni Cecini, amico del nostro blog, che ci ha indicato l’importanza di questa ricorrenza storica.

Alla fine della presente narrazione, che ha sviluppato tutte le sfaccettature dell’azione dei militari dell’Arma contro l’arbitrio e la sopraffazione della Wehrmacht, sgorga nell’animo del lettore un grande senso di pietà e di riconoscenza. Nelle pagine del volume di Enrico Cursi, sembrano rivivere le intense iniziative del legittimo Comando Generale e delle dipendenti unità centrali o territoriali, volte tutte a mantenere il pieno controllo della delicata situazione, creatasi in quella calda estate 1943. L’arresto di Mussolini prima e la successiva uscita dalla guerra dell’Asse poi ebbero infatti come immediato effetto lo sbandamento psicologico di una Nazione, prima che quello materiale, dovuto anche alla pronta e calcolata reazione bellica tedesca.
I carabinieri, catapultati come tutti gli altri militari e il Paese intero alla prova dei fatti in un sostanziale quanto larvato ribaltamento d’alleanza, hanno preso sin da subito le armi e condotto uno scontro aperto contro l’aggressività germanica. Come non mai, nelle intense ore dell’8 e 9 settembre si confermò quell’esistenziale binomio funzionale, derivante dal doppio ruolo di arma combattente e di corpo di polizia, affidato sin dalla sua costituzione all’Arma dei Carabinieri. In ciò il Comando Generale (finché esso ebbe vita) poté contare sul valido supporto di ufficiali dall’alto profilo morale e professionale. Grazie ad essi i comandi territoriali hanno potuto reggere anche di fronte alle reiterate minacce tedesche, volte tutte a depotenziare con gradualità l’autorevolezza e la saldezza di spirito dei militari dell’Arma. Questo ultimo bieco proponimento non ebbe il risultato sperato. I carabinieri oggetto di narrazione, sia che fossero in servizio attivo permanente o richiamati, hanno dato invece un loro incorrotto e valido contributo alla salvaguardia dell’ordine pubblico e della continuità dello Stato. Emblematico il tortuoso salvataggio della bandiera di guerra dell’Arma. Tutto ciò avvenne nonostante la grande confusione, derivante dall’intempestiva proclamazione dell’armistizio, nonostante le repentine (e anzi spesso preventive) misure draconiane tedesche e infine nonostante l’abbandono della Capitale delle più alte cariche politiche e militari dello Stato legittimo.
L’ordine di disarmo, disposto dalle ricostituite istituzioni fasciste, divenne il momento delle scelte: accettare passivamente gli eventi o predisporre nel miglior modo un’azione ostruzionistica verso la prepotenza e l’arbitrio dei comandi germanici. Una volta chiusa l’esperienza di resistenza attiva contro i tedeschi e la seguente cessazione delle ostilità, siglata dalle residuali istituzioni monarchiche presenti nella Capitale, i carabinieri gestirono l’emergenza in modo composto e votato sempre alla salvaguardia della popolazione e dell’ordine pubblico. Creando un reticolo di collegamenti ufficiali od ufficiosi, le unità territoriali ebbero il grande coraggio di tenere testa all’ex alleato, sempre più galvanizzato dalla rapida occupazione di Roma, delle zone limitrofe e dalla liberazione di Mussolini.
Il successivo disarmo fu l’anticamera dell’eliminazione dei carabinieri, come ci indica il titolo del volume. Il preciso racconto della deportazione diventa quindi una struggente carrellata di testimonianza di quel che i carabinieri dovettero patire, ancor prima di essere costretti nei campi detentivi. Già sapendo che la destinazione sarebbe stata la Germania, il lettore è stato condotto lentamente e con un crescendo di commozione al seguito di quei poveretti, vessati da mille tribolazioni. Il lungo peregrinare, causato in tempo di guerra dalle difficili linee di comunicazione, si trasformò in un’anticipata agonia. Alcuni di loro, percorrendo in carri bestiame un percorso tortuoso e allucinante (durato ben 7 giorni!), che ha toccato tra l’altro Firenze, Bologna, Modena, Genova, Ventimiglia, Marsiglia, Lione e infine Monaco di Baviera, arrivarono stremati ancor prima di iniziare il loro inferno personale. Infatti solo allora in qualità di internati militari, ossia una finzione giuridica che toglieva agli italiani i diritti riconosciuti invece dalle convenzioni internazionali ai prigionieri di guerra, prendeva avvio la lunga marcia verso l’ignoto.
Insomma la narrazione ci ha offerto uno spaccato inedito, ma non per questo avulso dalla proverbiale missione di fedeltà, insita nell’istituzione dei Carabinieri. La scelta, di ritenere l’onore verso il giuramento prestato come massima direttrice delle proprie azioni, testimonia oggi come ieri l’esempio più concreto di come gli appartenenti alla Fedelissima esplichino il proprio servizio fino all’estremo sacrificio. Per molti dei carabinieri di quel settembre-ottobre 1943 significò la morte, per altri l’atroce destino nei campi di prigionia, per altri ancora la fuga verso un futuro di ulteriore lotta, questa volta in clandestinità. Se oggi viviamo in una Repubblica libera e democratica, lo dobbiamo anche a questo loro silenzioso sacrificio.

Giovanni Cecini

Anelante a sè stesso

Un gradevole soggiorno estivo a Lucca mi ha portato alla scoperta del Monumento a Tito Strocchi, giovane lucchese protagonista (dimenticato come molti, ahimè!) del nostro Risorgimento tra le fila dei garibaldini nella Terza Guerra d’Indipendenza del 1866 e a Mentana nel 1867 (nonchè a Digione contro i prussiani nel 1870 -’71).

Riporto qui di seguito un significativo estratto di un’opera biografica a lui dedicata che credo rappresenti al meglio il suo messaggio esistenziale ai posteri:

Mi abbrucia il desio di una vita nuova, varia, piene di emozioni. Anelo trovarmi nel fuoco della mischia e conoscere me stesso in mezzo ai pericoli. Questa vita che conduciamo é una vita da oche; a noi che arde il sangue dei vent’anni abbisogna una vita di avventure, io anelo provare una qualche emozione forte, sia pure quella della paura…

Io anelo poter dire un giorno, se vivrò, anch’io ho fatto qualche cosa per la patria mia, io non sono indegno dei miei genitori.

(da Enrico Del Carlo, Vita di Tito Strocchi 1846-1879 giornalista, mazziniano e garibaldino)

Anche Giosuè Carducci volle dedicare a Tito Strocchi un’ode, epigrafe del suo sepolcro nel cimitero di Lucca:

SE FORTEMENTE SENTIRE – È DA ROMANI – ONORATE, O CITTADINI, LA TOMBA – DI – TITO STROCCHI – MORTO A TRENTATRE ANNI – NOBILI COSE PENSÒ – DEGNE SCRISSE -COMBATTÈ VALOROSO – NEL TRENTINO, NELL’ AGRO ROMANO, A DIGIONE – NULLA CHIESE E NULLA EBBE NEL MONDO – SE NON TARDA PIETÀ “

Compagnie di Ventura

Le Compagnie di Ventura erano delle formazioni di mercenari (soldati che esercitavano per guadagno il mestiere delle armi) sorte in Italia (e poi diffuse in tutta Europa) che, guidate da un Condottiero, combattevano al soldo di un sovrano e/o di signori feudali nel periodo che va dal XIII al XV secolo.

Le Compagnie di Ventura, nate anche in relazione allo sviluppo economico del tempo, fecero senza dubbio progredire l’arte della guerra, ma contribuirono non poco alla decadenza del costume morale e politico, aumentando, alla fine, l’insicurezza e il disordine dell’epoca.

Un’importante Compagnia di Ventura fu quella di San Giorgio che operò dal 1339 al 1379 in tre diversi ordinamenti (1339, 1365 e 1377). L’ultimo ordinamento, promosso e condotto da Alberico da Barbiano (1349 – 1409) fu quello più celebre perchè comprendeva molti valorosi combattenti come Braccio da Montone (1368 – 1424) e Muzio Attendolo Sforza (1369 – 1424). La Compagnia di San Giorgio aveva una particolarità per il tempo: potevano farne parte solo combattenti italiani.

La Compagnia di San Giorgio (cui si rivolse anche Santa Caterina da Siena) aiutò il Papa Urbano VI nella lotta contro l’Antipapa Clemente VII sconfiggendo i bretoni nella battaglia di Marino del 30 aprile 1379. A seguito di questa vittoria, Urbano VI gli conferì uno stendardo bianco con la croce di San Giorgio in cui campeggiava il motto Liberata Italia ab exteris (l’ Italia liberata dagli stranieri) abbreviato.

In seguito, Alberico da Barbiano fu al servizio del Re di Napoli Carlo di Durazzo, del Signore di Milano Gian Galeazzo Visconti e del Papa Bonifacio IX.

Sull’argomento una lettura consigliabile è quello di Michael Mallet Signori e mercenari – La guerra nell’Italia del Rinascimento Il Mulino, Bologna, 2006.

Fortezza della libertà

A Livorno vi sono due fortezze: la Vecchia, prospiciente il porto, e la Nuova, più all’interno della città.

Nella fortezza Nuova, voluta dal Granduca di Toscana Ferdinando dei Medici per difendere la città verso nord e costruita dagli architetti Vincenzo Buonanni e Bernardo Buontalenti dal 1590 al 1605, si trova una lapide con i nomi dei numerosi caduti livornesi (90 ma alcune fonti arrivano a 800 considerando i fucilati dalla repressione austriaca successiva alla resa) negli scontri con gli austriaci del 10 e 11 maggio 1849.

Dopo la sconfitta piemontese di Novara (23 marzo 1849), quando la Toscana tornò sotto il dominio austriaco rappresentato dagli Asburgo – Lorena, i patrioti livornesi senza capi, senz’armi, senza munizioni, senza speranza di soccorso, si opposero al ritorno delle truppe austriache, combattendo valorosamente per la libertà della città sulle mura delle fortezze, nei quartieri e sul litorale, finendo poi per soccombere per l’insostenibile rapporto di forza favorevole al nemico.

Possano le imponenti mura della fortezza Nuova continuare a conservare la memoria di tanto valore e trasmetterne il ricordo ai numerosi, livornesi e non, che visitano questo gioiello di architettura militare.