Soldati lontani

Nel cimitero di Anzio – Falasche (Roma) riposano più di 2300 soldati del Commonwealth britannico caduti durante la battaglia per la liberazione di Roma (22 gennaio – 4 giugno 1944).

Soldati provenienti dal Regno Unito ma anche dal Canada, Nuova Zelanda, Australia e persino dalle lontane colonie britanniche d’Africa morirono nei dintorni di Anzio (nonché in tutti i luoghi ove combatterono la dura Campagna d’Italia): vennero da lontano per andare incontro al loro destino di soldati.

Ispirato da tale estremo sacrificio, Ugo Giaime ha scritto questa testimonianza:

Soldati da lontano inviati

da nobili virtù animati,

caddero nella migliore età

accolti infine dalla divina pietà.

I loro volti ormai svaniti nella gloria

rivivono sempre giovani nella memoria.

Mai più la guerra!

gridano uniti nel silenzio

accolti dalla verde terra

che il loro ricordo

con universale amore serra.

Ugo Giaime

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De Gaulle scrittore

Charles de Gaulle (1890 – 1970), oltre ad essere un militare e politico di assoluto rilievo per la storia di Francia (oggi peraltro ricorre il 79° anniversario dell’appello alla resistenza che il Generale de Gaulle lanciò dai microfoni di Radio Londra dando così avvio alla lotta dei francesi contro l’occupazione nazista), fu anche uno scrittore di prim’ordine.

La conferma si ha leggendo La France et son armée, opera pubblicata nel 1938 nell’ambito di una trilogia che comprende Le Fil de l’épée (1932) e Vers l’armée de métier (1934).

La France et son armée (concepita all’inizio come un’opera da scrivere e pubblicare col Maresciallo di Francia Philippe Pétain, progetto poi non andato a buon fine) tratta la storia dell’esercito francese dalle origini alla fine della Grande Guerra, tratteggiandone vivacemente i grandi momenti ma senza risparmio di critiche per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, logistici, tattici e strategici.

Nella lettura (che si apre con una frase divenuta celeberrima: La France fut faite à coup d’épées/ la Francia fu fatta a colpi di spade) si colgono spunti interessanti e attuali per la comprensione dell’Istituzione militare in generale, per cui essa è tanto più forte quanto più è forte la Nazione che l’esprime e sorregge.

Come non pensare inoltre alla riduzione e professionalizzazione dello strumento militare? Alla percezione dell’evento bellico da parte della società contemporanea?

Sono tutti interrogativi prodotti dalla lettura di questo libro e che dimostrano che la Storia è sempre attualità.

Coscienza dell’io

Tra gli scritti di Raimondo Montecuccoli è sempre difficile sceglierne uno più significativo di altri, perchè tutti sono ricchi di tanti e attuali spunti: c’è veramente l’imbarazzo della scelta!

La sua teoria strategica e la pratica che aveva fatto della guerra, gli offrì infatti la possibilità di scrivere pagine memorabili, ancora oggi di assoluta validità.

Per oggi ne ho scelto uno (tratto dalla sua introduzione agli Aforismi dell’Arte bellica) per l’alto insegnamento morale che offre a chiunque abbia la fortuna di leggerlo. È una riflessione personale che attiene al valore del giudizio della propria coscienza:

/…/ conciossiachè la vera gloria è il testimonio della nostra coscienza! E che pro ch’altri ci lodi, quando ella ci accusa? O che nuoce che altri ci biasimi, se ella ci difende? /…/

L’ultimo cavaliere

Uno dei grandi condottieri italiani è stato Giovanni de’ Medici, meglio conosciuto col nome Giovanni Dalle Bande Nere (1498 – 1526), per via delle armature annerite portate dai propri soldati.

Un bel film dello scomparso regista Ermanno Olmi (1931 – 2018), “Il mestiere delle armi” uscito nel 2001, ne celebra le gesta, raccontando, con immagini di grande impatto visivo, i combattimenti che nel novembre 1526 contrapposero Giovanni Dalle Bande Nere (che combatteva per il Papa, lo zio Papa Clemente VII) al Generale imperiale Georg von Frundsberg (1473 -1528) nell’ambito delle cosiddette “guerre d’Italia”.

Durante una scaramuccia contro gli imperiali avvenuta il 26 novembre 1526 presso le antiche fornaci di Governolo (Mantova), Giovanni verrà gravemente ferito ad una gamba dal colpo di un falconetto (un cannoncino primitivo ma molto efficace) ceduto al Frundsberg (e rifiutato a Giovanni) dal Duca di Ferrara Alfonso I d’Este, contravvenendo così ai patti stabiliti col Papa di non offrire alcun ausilio alle truppe invasori di Carlo V. Alfonso d’Este lo farà per consentire il matrimonio di suo figlio Ercole con la figlia di Carlo V, la principessa Margherita.

È il predominio delle armi da fuoco che decide ormai le sorti della battaglia; di fronte a questa nuovo e micidiale (nonchè costoso) strumento di guerra nulla possono le antiche virtù militari impersonificate da Giovanni Dalle Bande Nere, di fatto l’ultimo cavaliere del tempo.

È anche il tempo in cui l’arte militare si fa scienza; testimone di ciò è la diffusione che ebbe tra i contemporanei il libro di Niccolò Machiavelli “Dell’arte della guerra”, primo trattato di strategia dell’epoca moderna (anche se scritto facendo riferimento all’esperienze belliche del passato).

Giovanni de’ Medici morirà di cancrena 4 giorni dopo, il 30 novembre 1526, a Mantova, divenendo così un mito immortale della storia delle armi italiane.

Una statua in suo onore troneggia oggi nel loggiato della Galleria degli Uffizi di Firenze dedicata ai grandi condottieri fiorentini (e italiani).

Avvistamento e allarme

Nel periodo che va dal XVI al XVIII secolo la costa salentina che si estende da Porto Cesareo fino a Gallipoli venne fortificata con torri d’avvistamento e allarme contro gli (eventuali) attacchi di turchi e saraceni provenienti dal mare.

A riguardo, non va mai dimenticato che nell’agosto del 1480 la città salentina di Otranto fu conquistata e occupata dagli Ottomani (con il conseguente massacro di almeno 800 cristiani e la deportazione in Anatolia di donne e bambini) e solo nel settembre 1481 liberata dalle forze cristiane.

All’inizio, si trattava di torri cilindriche ma successivamente, per ordine del Vicerè Don Pedro di Toledo nella seconda metà del XVI secolo, furono trasformate in costruzioni quadrangolari per permettere l’impiego di pezzi d’artiglieria su ogni lato.

Dotati di un corpo di guardia di pochi uomini, disponevano anche di staffette a cavallo per il pattugliamento della costa e l’allarme dei centri abitati in caso di avvistamento del nemico.

In contatto visivo tra loro, le torri comunicavano col fumo di giorno e col fuoco di notte sicchè al primo avvistamento poteva darsi subito l’allarme generale.

Oggi queste torri rappresentano la muta (e suggestiva) testimonianza di un tempo nel quale la minaccia dal mare rappresentava per il Salento (e non solo) un pericolo costante da cui difendersi.

L’opera prima

La prima opera redatta da Raimondo Montecuccoli (durante la sua prigionia nel Castello di Stettino nel periodo 1639 – 1641) fu il Trattato della Guerra.

Scritta “… a me stesso, e che non avendo avuto altro fine che di piacer e di giovar all’animo mio, ho a questo scopo solo diretta tutta la forma di quest’opra.”, il Trattato della Guerra descrive la guerra come fenomeno globale, risultante dalla storia e dalla società.

È questa una visione assolutamente nuova e originale del tempo, senz’altro frutto della drammatica esperienza fatta sino ad allora dal Montecuccoli nella Guerra ei Trent’anni (1618 – 1648).

Scritta probabilmente senza rilettura e rifinitura, Raimondo Montecuccoli offre al lettore un’opera scorrevole, spesso brillante e senz’altro incisiva nell’ambito degli studi storici sulla guerra.

Della prima e fondamentale opera di Montecuccoli non vi è manoscritto originale ma una copia manoscritta destinata al Duca di Modena e conservata nella Biblioteca estense. Una seconda copia, ma diversa sostanzialmente dal manoscritto modenese, è conservata presso l’Archivio di guerra (Kriegsarchiv) di Vienna.