I pilastri dell’autorità

Nelle Forze Armate l’autorità è espressa dal grado rivestito e dall’incarico assolto. L’insieme dei gradi (che normalmente vanno da Soldato a Generale) forma la gerarchia militare.

In un’organizzazione militare ideale, maggiore è il grado, più alto è il compito d’assolvere.

Al grado e al compito è connessa la responsabilità del singolo verso l’organizzazione: più elevato è il grado, tanto più alto è il compito, maggiore è la responsabilità.

Questi principi funzionali sono inderogabili se si vuole garantire il migliore funzionamento dell’Istituzione militare (in verità, valgono per ogni tipo di organizzazione, indipendentemente dalla sua natura e dagli scopi che persegue).

L’autorità, generalmente acquisita o conferita formalmente, non può essere esercitata da chi la detiene se non viene riconosciuta dai membri dell’organizzazione, subordinati in primis ma anche (entro certi limiti) dai superiori nella gerarchia. Perchè questa autorità venga riconosciuta, occorre che chi l’esercita sia ritenuto credibile e tale credibilità deriva solo dalle proprie qualità personali e professionali.

Le qualità personali nascono dai valori che si professano e si praticano; quelle professionali dalla formazione ricevuta.

In definitiva, non c’è autorità senza etica e formazione, veri pilastri di ogni superiore militare ad ogni livello.

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Servire lo Stato

Un casuale e interessante incontro mi ha portato a discutere con il mio sagace interlocutore sulle ragioni possibili della scelta della vita militare oggi.

La vita militare come scelta di regole etiche proprie dell’Istituzione militare, tanto più valide in un momento di disorientamento sociale come quello attuale. Giusto e fondato argomento.

Riflettendo a lungo ho però rilevato che altre scelte di vita hanno un fondamento etico: la missione medica, per esempio. Dunque, dov’è la specificità della scelta militare?

Direi nello spirito di servizio e nell’obbligo di obbedienza allo Stato di cui il militare è espressione. Se l’obbedienza (pronta e fedele, come si diceva un tempo) è limitata giustamente dalla legittimità degli ordini ricevuti, lo spirito di servizio del militare è illimitato e si spinge fino all’estremo sacrificio.

É il servizio assoluto e incondizionato dello Stato (che, va sempre ricordato, opera per il bene dei cittadini) l’elemento qualificante del militare nelle società moderne. Diversamente, si tratterebbe di un miliziano, fedele ad un capo o a un partito ma non allo Stato anzi spesso in antitesi a questo.

Tale obbligo di servizio dello Stato viene assunto dal militare con il giuramento di fedeltà che non a caso viene prestato in armi davanti alla bandiera, simbolo dello Stato stesso.

Almeno, io la penso così.

Il giuramento di fedeltà delle Forze Armate alla Repubblica Italiana

Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove.

Con queste parole, contenute nel proclama agli italiani dell’ultimo Re d’Italia (Maresciallo d’Italia e Capo supremo delle Forze Armate) Umberto II (1904 – 1983) il 13 giugno 1946, nascevano de facto le Forze Armate della Repubblica Italiana sorta in seguito al Referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

Il giuramento obbliga il singolo funzionario pubblico alla fedeltà verso lo Stato di cui é promanazione ed agente: per questo, in ogni cambiamento istituzionale della forma dello Stato, l’atto di giuramento (prestato o da prestarsi) é giustamente considerato tra gli elementi fondativi dello Stato stesso.

Gli appartenenti alle Forze Armate (come tutti gli altri dipendenti pubblici che avevano prestato giuramento al Re e alla Patria) in forza dell’articolo 7 del Decreto Legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946 n. 98 dovevano “…. impegnarsi sul loro onore a rispettare e far rispettare nell’adempimento dei doveri del loro stato il risultato del referendum istituzionale e le relative decisioni dell’Assemblea Costituente”.

Dopo la partenza del Re per l’esilio in Portogallo, le funzioni di Capo provvisorio dello Stato vennero assunte dal Presidente del consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi (1881 – 1954) che lo trasferì il 28 giugno 1946 ad Enrico De Nicola (1877 – 1959), nuovo Capo provvisiorio dello Stato regolarmente eletto dall’Assemblea Costituente (De Nicola, con l’entrata in vigore della Costituzione il 1° gennaio 1948, assumerà il titolo di Presidente della Repubblica).

Il decreto legislativo Presidenziale 19 giugno 1946, n. 1 all’art. 9 prevedeva che tutti gli obblighi assunti dai dipendenti pubblici, militari inclusi, in seguito al precedente giuramento dovessero essere intesi nei confronti dello Stato.

Finalmente, con Legge 23 dicembre 1946, n. 478 art. 2 venne definita la nuova formula di giuramento di fedeltà degli appartenenti alle Forze Armate:

“Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana e al suo Capo, di osservare lealmente le leggi e di adempiere tutti i doveri del mio stato al solo scopo del bene della Patria”.

Formula che sarà  modificata con Legge 11 luglio 1978 n. 382 (confermata dal D.P.R. 15 marzo 2010 n. 90) nell’attuale:

“Giuro di essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed  onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere Istituzioni.”

Nell’attuale formula del giuramento si trovano tutti gli elementi qualificanti e costitutivi dell’appartente all’Istituzione militare italiana repubblicana.